Visualizzazione post con etichetta chiesa cattolica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chiesa cattolica. Mostra tutti i post

martedì 18 ottobre 2011

Omelie postmoderne, Revisited


Qualche post fa, suggerivo che non sarebbe poi male che le varie confessioni cristiane lasciassero lo studio delle lingue classiche e delle altre questioni storiche ai "laici": sarebbe bello che, invece, i sacerdoti e pastori si dedicassero a tempo pieno alla liturgia, all'omiletica, alla pastorale e alla spiritualita'. Alcuni lettori mugugnavano, poco convinti dalle mie argomentazioni, ma io sapevo che avrei dovuto aspettare poco.
Mi e' bastato andare a messa domenica scorsa per avere un'immediata conferma delle mie ragioni. Vi sunteggio brevemente (al modo del professor De Marco) la predica che ho dovuto ascoltare. Immaginate un giovane sacerdote (piu' o meno la mia eta', direi) che scende i gradini dell'altare subito dopo la lettura del Vangelo e si accosta all'assemblea, dicendo che dara' alcune "annotazioni storiche" necessarie per la comprensione delle letture. Comincia quindi con Isaia 45 e la questione del re Ciro chiamato, nel versetto 1, Messia (che la CEI abilmente occulta con un geniale "eletto"). Non ci si deve meravigliare di questo (ma mi chiedo chi si meravigliasse visto che la traduzione nasconde completamente la difficolta'): la Provvidenza ha scelto Ciro per riportare in patria gli Israeliti che i Persiani (sic!) avevano condotto in esilio. Anche in altre occasioni, continua il sacerdote, la Provvidenza ha scelto uomini (ha detto proprio cosi', lo giuro) per realizzare i suoi disegni. Prendete il caso di Augusto che, con il suo censimento, ha permesso a Gesu' di nascere a Betlemme e quindi di dare compimento alle profezie della Bibbia ebraica.
Dopo averci passato come "annotazione storica" uno dei pochi episodi evangelici che e' sicuramente falso dal punto di vista storico, il predicatore si muove verso il testo cruciale, la complicatissima pericope di Matteo 22:15-22. Sapete tutti che il breve raccontino e' introdotto come un tranello che i farisei tendono a Gesu' e allora il nostro sacerdote spende quasi cinque minuti a illustrare la malizia e la perfidia di questi avversari che pongono Gesu' davanti alla scelta fra due risposte che sono comunque destinate a rovinarlo. Siccome fra le "annotazioni storiche" non ce n'e' stata una che ha avvertito l'uditorio del fatto che queste introduzioni, grondanti anti-giudaismo, sono creazioni anacronistiche degli evangelisti, penso che l'assemblea non abbia potuto fare a meno di concludere che questi farisei erano proprio malvagi e traditori (al contrario di Augusto, "eletto" della Provvidenza!).
Da questo punto in poi l'omelia diviene una elaborazione sulla seconda parte del detto del versetto 21 ("Date a Dio quel che e' di Dio"), sottolineando il fatto che a Dio dobbiamo dare tutto, perche', dalla creazione, noi portiamo in noi stessi la sua immagine. Come accade spesso in questi casi il "date a Cesare quel che e' di Cesare" si perde completamente, ma la cosa non e' insolita e questa pericope e' nota per creare imbarazzo ai predicatori sulle due sponde dell'oceano Atlantico (come conferma anche questo post di WIT).
Chiudo con alcune domande. Che bisogno c'e' di trasformare una predica in una lezione di storia (quando poi si finiscono per fare strafalcioni o, peggio ancora, per dare sostanza a pregiudizi anti-giudaici)? Si tratta di una mossa retorica che serve a rafforzare l'autorevolezza del predicatore in vista della parte conclusiva "piu' spirituale"? Visto che tra le due sezioni non c'era praticamente connessione, non avrebbe potuto la seconda stare in piedi da sola? Dovremmo considerare questo un caso di modernismo o di post-modernismo?

giovedì 21 aprile 2011

Getsemani


Nell'udienza generale di ieri, il Papa, a quanto pare parlando a braccio, ha commentato brevemente la famosa scena dell'agonia nell'orto dei Getsemani in un modo molto simile a quanto fa anche nel suo recente volume su Gesu'. In particolare, rifacendosi a un passo di Marco 14:36, nel quale viene riportata la preghiera di Gesu', Ratzinger dice che "i tre testimoni hanno conservato la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre ... questa formula, abba', e' una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si e' mai usata nei confronti di Dio". In questa affermazione praticamente tutto e' sbagliato a cominciare dalla menzione dei tre testimoni, visto che solo Marco ha la traslitterazione greca del semitico abba', mentre i paralleli (Mt 26:42 e Lc 22:42) hanno solo pater. Inoltre, come si fa notare in questo post di WIT in cui si commenta l'ultimo libro papale, l'ipotesi secondo la quale l'uso di abba' sia unico di Gesu' e sia un segno di particolare familiarita', oltre che puzzare non poco di anti-giudaismo, e' stata totalmente confutata da ricerche nemmeno tanto recenti.
Sarebbe cosa di poco conto se questa fosse un'ulteriore dimostrazione del disinteresse per la ricerca scientifica con cui Ratzinger si accosta all'esegesi. Purtroppo, temo che il problema sia piu' profondo. L'episodio dei Getsemani, dopo essere stato una vera e propria "croce" per i commentatori antichi e medievali (che difficilmente potevano accettare questo ritratto di un Gesu' "emotivo" ed indegno del divino), e' divenuto uno dei piu' amati dell'epoca moderna e contemporanea. Oggi e' facile per i lettori mettersi in relazione con il Cristo sperduto davanti alla sofferenza e all'angoscia di questa pericope. Comprensibilmente, Ratzinger batte su questo tasto nella sua omelia, ma i nodi non tardano a venire al pettine.
Gesu' prega affinche' sia allontanata da lui un "calice", ma cos'e' questo "calice"? Per Ratzinger si tratta de "l'abisso della morte, il terrore del nulla, la minaccia della sofferenza": la volonta' del "padre", che Gesu' accetta, e' che il figlio sprofondi in tutto questo. Ma quale "padre" puo' "volere" questo per suo figlio? Un "padre" a cui ci si rivolge chiamandolo "babbino"?
In realta', gia' nel 1992 in un articolo citato nel post di WIT, Mary Rose D'Angelo, professore di Nuovo Testamento alla Notre Dame University, aveva mostrato come il "padre" sulla bocca di Gesu', lungi dall'essere un vezzeggiativo, serve a rappresentare un Dio che, secondo la concezione aristotelico-stoica, sta nel cosmo come un paterfamilias o come un imperatore.
Provo a pormi, come provocazione, una domanda fondamentale. Si potrebbe amare questo Dio? Certo. Quante donne dicono di amare i mariti che le picchiano? Quanti uomini dicono di amare i sovrani che li mandano a farsi macellare in guerra? Quanti oppressi hanno accettato in silenzio e per amore ingiustizie e violenze, magari dopo aver meditato la scena dell'orto dei Getsemani? Mi sembra che ci voglia qualcosa di piu' di un'esegesi zoppicante per mandare giu' il boccone di questo Dio "padre".

domenica 20 febbraio 2011

Cosa cercare in una predica?


Alcuni giorni fa sono stato a cena con alcuni colleghi e poi ho chiaccherato un po' con uno di loro sulla via verso casa. Il collega in questione si occupa di una religione non cristiana, ma al tempo stesso e' anche un sacerdote cattolico: quando siamo scivolati a parlare di lavoro, io gli ho detto che sto insegnando un corso sul Vangelo di Matteo e lui si e' mostrato interessato, perche' gli capita spesso di predicare su passi di Matteo in queste domeniche dell'anno liturgico.
Mi ha quindi raccontato di aver recentemente commentato i versetti del "discorso della montagna", in cui Gesu' proibisce il divorzio (Mt 5:31-32). Mi ha detto di aver sottolineato come il testo in effetti non usi il termine "divorziare", ma piuttosto qualcosa che suona come "buttare via": questo vorrebbe dire che Gesu' non intendeva condannare tanto il divorzio in se' quanto un atteggiamento di scarso rispetto nei confronti delle donne. Al mio collega premeva mettere l'accento su questo punto, perche' sapeva che nella sua comunita' ci sono molte persone divorziate e non voleva essere troppo duro.
Devo confessare di essere rimasto senza parole: il termine che viene usato nei due versetti in questione (apoluo, in greco) e' infatti un vocabolo che ricorre sistematicamente nei documenti per indicare tutte quelle occasioni in cui un contratto e' reso nullo o un certo rapporto viene legalmente interrotto (ad esempio, quando un soldato viene congedato). Questi dati inducono a ritenere che, anche nel passo di Matteo, il verbo sia usato con il suo senso tecnico legale, per indicare proprio il "divorzio" e non metaforicamente una scarsa attenzione per le esigenze delle donne. Anzi, se si ritiene (come fanno molti) che questo comando derivi dal Gesu' storico, la formulazione di Mt 5:32 denota tutt'altro che attenzione per le esigenze delle donne, quali soggetti deboli in tutti i casi di divorzio nell'antichita'. Nel contesto della societa' antica, la proibizione di sposare una donna che abbia subito un divorzio o una separazione avrebbe creato una massa di donne abbandonate e quindi prive di qualunque sostegno sociale ed economico, ma a cui Gesu' proibirebbe di dare o di trovare assistenza nel modo socialmente piu' accettabile e naturale.
Come detto, sono rimasto senza parole di fronte al fatto che un intero dibattito storiografico rimanesse ignorato e che, al contrario, venissero presentati come dati storici elementi che non lo sono affatto. Cio' mi ha sorpreso tanto piu' in quanto veniva da una persona la cui competenza, in un altro campo, e' degna del massimo rispetto. Non voglio pero' dire che questo sia un caso isolato: purtroppo, e' cosa che si tocca con mano quasi ogni domenica.
Qualcuno mi ha ricordato (e sono d'accordo nella sostanza) che le prediche domenicali non sono adatte per fare lezioni di storia e che le aspettative sono ben altre, ma e' proprio questa la domanda a cui non so dare risposta: quali sarebbero, dunque, queste aspettative? Nello specifico, io approvo quello che il collega cercava di comunicare al suo uditorio, ma c'era bisogno di proporlo come dato storico (e a prezzo di massacrare la storia)? Esistono metodi alternativi e altrettanto efficaci?

martedì 8 febbraio 2011

Et homo factus est


In questo post due brevi indicazioni di lettura per chi fosse interessato a una discussione seria e non banale sul ruolo della donna nella societa' in generale e nella vita religiosa piu' in particolare: si tratta di due blog piuttosto nuovi che ho scoperto di recente e con grande piacere.
Il primo, Duuvdevanim, e' un blog dedicato alle situazioni incresciose della nostra Italia, ma anche a una riflessione piu' teorica su come si potrebbe e dovrebbe parlare in modo piu' appropriato delle questioni femminili. In effetti, non si puo' che essere d'accordo sul fatto che la situazione politica e culturale che ci viene descritta non e' tragica solo per l'ipocrisia e la pochezza dei governanti, ma anche perche' ci rendiamo conto che chi dovrebbe loro opporsi non sembra in grado ne' di pensare ne' di esprimersi in un modo diverso da chi e' al potere.
Il secondo blog, WIT - Women in Theology, e' il frutto della collaborazione di un gruppo di studentesse di dottorato che lavorano su temi teologici nelle due maggiori universita' cattoliche degli USA, Notre Dame e Boston College. Le autrici affrontano spesso temi assai succosi e bisogna riconoscere loro il coraggio e l'onesta' con cui parlano delle difficolta' e delle sofferenze che le donne devono affrontare in una realta' tanto "bloccata" quanto e' oggi quella della chiesa cattolica. Se volete un "assaggio" potete cominciare da questo notevole post in cui, per prima cosa, si discute il fatto che il nuovo lezionario (appena entrato in uso nei paesi di lingua inglese) "espunge" la figura della profetessa Anna dalle letture per la festa della Candelora.
Segue, poi, un'altrettanto gustosa discussione sul modo piu' corretto di tradurre l'espressione "homo factus est" che descrive il mistero dell'incarnazione nel simbolo di fede. "Divenire uomo", come ci viene fatto notare, non e' solo una cattiva resa del latino, ma implicherebbe anche l'esclusione delle donne dalla salvezza, se si segue, in modo ortodosso, il pensiero di Gregorio di Nazianzo, per cui "cio' che non e' stato assunto [da Cristo nell'incarnazione], non e' stato anche salvato". Sarebbe molto meglio rispettare la tradizione e affermare che Cristo ha assunto la natura umana nella sua pienezza.
La situazione e' certamente "bloccata", ma, finche' c'e' qualcuno che pensa (e bene), sopravvive anche la speranza di uscirne.

venerdì 21 gennaio 2011

Tradizioni e invenzioni




Alcuni giorni fa, sul blog di Sandro Magister, ho trovato questo intervento su questioni liturgiche tenuto dal vescovo Athanasius Schneider. Il particolare, minore ma, credo, significativo, si legge verso la fine quando Schneider si scaglia contro abusi come quello della "celebrazione del Sacrificio Eucaristico nella modalita' di un cerchio chiuso in cui sacerdote e popolo continuamente si guardano vicendevolmente in faccia". Questa pratica, sempre secondo il vescovo, andrebbe rigettata (per tornare al prete che da' le spalle ai fedeli), perche' "contraddice la pratica che Gesu' stesso e i Suoi Apostoli hanno osservato nella preghiera pubblica sia nel tempio sia nella sinagoga".
L'invenzione di tradizioni e' affare serio e basta leggersi un po' di Ireneo o di Tertulliano per capire che quei grandi avevano ben chiaro come l'operazione possa funzionare solo se fondata su motivazioni apodittiche e assolute (anche cosi', comunque, i rischi ci sono, come dimostra la vicenda personale di Tertulliano). Ora, i tempi sono un po' cambiati e certe strategie possono anche non funzionare piu' cosi' bene (in piu', nel caso specifico, Schneider ha il problema che quella che lui vorrebbe chimare "tradizione" indiscussa in realta' e' stata smentita dagli ultimi tre o quattro Papi, che della stessa dovrebbero essere i sommi custodi).

A questo punto, che fa Schneider? La butta sul piano storico, che dovrebbe venire in soccorso della teologia in difficolta'. Questa e' la pratica osservata da Gesu' stesso (e dagli apostoli)?
E' difficile capire come Schneider giunga a questa conclusione riguardo al tempio di Gerusalemme: comunque, pare che l'altare fosse la centro di un cortile e quindi non sarebbe peregrino immaginare che i partecipanti ai riti stessero in cerchio. Per fortuna, siamo messi meglio per quanto concerne le sinagoghe, per cui abbiamo numerose testimonianze archeologiche. Per esser breve, prendo solo due esempi. La prima foto di questo post e' uno scorcio della bellissima sinagoga affrescata di Dura Europos (III secolo): l'edificio ha una panca di pietra che corre lungo tutti e quattro i muri. E' lecito concludere che i fedeli stessero in cerchio. La seconda foto e' quella della sinagoga di Gamla (forse del I secolo avanti la nostra era), che e' probabilmente la sinagoga piu' antica scavata in Terra d'Israele fino ad oggi. Come si vede, la sala ha quattro gradoni che fungevano da panche e corrono lungo tutti i lati: la conclusione e' la medesima.
Non voglio affermare che questa fosse la struttura di tutte le sinagoghe al tempo di Gesu': basta sfogliare il voluminoso libro di Lee Levine, "The Ancient Synagogue", per vedere quanto fosse grande la varieta'. In piu' ci dovevano essere panche di legno o tappeti su cui la gente si sedeva o accovacciava e che non si sono conservati.
Il punto e' che una ricerca storica appena un po' seria non puo' che problematizzare l'incauta affermazione di Schneider. Sarebbe opportuno limitarsi a dire che la liturgia va fatta in un certo modo perche', per rivelazione, si sa che questa e' "l'unica, autentica pratica" e smetterla di torturare la storia per farla entrare nel letto di Procuste di quella che puo' essere solo teologia.

domenica 16 gennaio 2011

Una "furiosa turba" in San Pietro


Sandro Magister, nel suo blog, riportava alcuni giorni dopo Natale la notizia del pranzo del Papa con 350 "poveri" e la commentava riferendosi ad un articolo, pubblicato sull'Osservatore romano, di Vincenzo Fiocchi Nicolai, professore di archeologia cristiana all'universita' di Tor Vergata. L'articolo, dal titolo programmatico di "Tutti a pranzo con il primo degli apostoli", contiene numerose informazioni interessanti sulla basilica di San Pietro nei secoli immediatamente seguenti la sua costruzione ad opera di Costantino, nel luogo in cui si supponeva fosse stato seppellito il "principe degli apostoli". Nella sezione finale, Fiocchi Nicolai si concentra sulla funzione di "soccorso ai poveri di Roma" svolta dalla basilica (in realta', svolta piuttosto dall'aristocrazia romana - secondo un modello di patronato paternalista ben antecedente l'avvento del cristianesimo - visto che tutti gli esempi citati sono quelli di nobildonne o senatori che elargiscono denari o pranzi alla popolazione).
Ho trovato interessante una notizia che Fiocchi Nicolai trae da Agostino, il quale lamenta il fatto che la basilica divenisse teatro di "gozzoviglie e disordini ... in occasione di banchetti funerari commemorativi". Giustamente, mi sembra, Fiocchi Nicolai accosta questo riferimento agli episodi simili che avvenivano in Africa "nelle chiese martiriali" e di cui ancora Agostino, sempre lamentoso, e' uno dei testimoni piu' importanti.
Va detto che le lamentele (e anche le accuse, probabilmente false, di eccessi) sono dovute al fatto che l'abitudine di celebrare banchetti e danze presso le tombe dei martiri era propria dei cosiddetti "circoncellioni" e dei donatisti, i gruppi cristiani che erano eredi delle tradizioni africane e che Agostino deve, in ogni modo possibile, far sparire per ottenere una chiesa "ortodossa" e filo-imperiale. Queste cerimonie sono state recentemente descritte in modo molto approfondito da Remo Cacitti, professore di letteratura cristiana antica all'universita' degli Studi di Milano, nel suo libro "Furiosa turba. I fondamenti religiosi dell'eversione sociale, della dissidenza politica e della contestazione ecclesiale dei Circoncellioni d'Africa". I banchetti erano l'occasione di avere un "assaggio" della gioia che la fine dei tempi avrebbe riservato ai veri seguaci di Cristo e che i martiri avevano gia' raggiunto in virtu' del loro sacrificio: come mostra molto efficacemente Cacitti, l'ebbrezza spirituale si trasformava naturalmente in sovvertimento delle gerarchie di potere sociale ed ecclesiale (e naturalmente non poteva piacere all'iper-conformista di Ippona).
L'accostamento suggerito da Fiocchi Nicolai mi pare del tutto pertinente: in fondo, anche San Pietro e' concepito come il luogo di sepoltura di un martire. Sono un po' meno sicuro che possa far piacere a Ratzinger la riscoperta di questo legame storico fra la sua attivita' caritativa e tali pratiche "eretiche" ed eversive.

venerdì 31 dicembre 2010

Verbum Domini III: Bibbia ebraica


La Verbum Domini dedica un'attenzione tutta particolare all'esegesi della Bibbia ebraica (o Antico Testamento, come si continua ancora a ripetere). Diversi paragrafi sono dedicati alla questione dell'unita' fra i due Testamenti (39-41) e si cercano di conciliare le due visioni del NT come "compimento" dell'AT e dell'AT come dotato del suo "valore inerente di rivelazione". Non c'e' dubbio che la soluzione di tale tensione sia perseguita in buona fede (43), ma alcuni elementi inducono a dubitare dell'efficacia dei risultati. Per esempio, il fatto che questa trattazione "incornici" un paragrafo (42) che discute i passi "oscuri" della Bibbia pare scelta infelice: si puo' avere l'impressione che episodi "violenti e immorali", bisognosi di accurata contestualizzazione storica, si trovino solo nell'AT, mentre quelli del NT (si pensi agli immensi bagni di sangue dell'Apocalisse) sono passati sotto silenzio.
In realta', al fondo si trova un piu' generale problema ermeneutico: il paragrafo 41 invita a leggere l'AT in chiave tipologica, che sarebbe "un procedimento intrinseco agli eventi del testo sacro" e come tale e' stato compreso ed utilizzato da secoli di esegesi cristiana. Tuttavia, altrove (35) Ratzinger aveva messo in guardia contro il rischio si revocare in dubbio la storicita' di eventi quali l'istituzione dell'Eucaristia o della resurrezione di Cristo. Questo non puo' che configurarsi come un doppio standard in cui l'AT e' decisamente subordinato al NT.
Tale concezione ha indubiamente una radice nella teologia di Ratzinger: in questo contributo apparso su Religion Dispatches (che invito a leggere per intero perche' estremamente interessante), Kevin Spicer, professore di storia allo Stonehill College, richiama un significativo passo del libro-intervista "Luce del mondo". La' il papa dice di aver modificato la famosa preghiera per la conversione degli Ebrei "in modo tale che essa esprima la nostra fede che Cristo e' il salvatore di tutti, che non ci sono due canali di salvezza, cosicche' Cristo e' anche il redentore degli Ebrei e non solo dei Gentili". Spicer fa giustamente osservare che Ratzinger possiede una mente accademica, esercitata a notare sottili sfumature e distinzioni. In questo caso, il netto rifiuto di accettare la possibilita' che esistano "due canali di salvezza" pare proprio un modo di rispondere ad alcuni teologi e biblisti (parte della cosiddetta New Perspective on Paul) che, negli ultimi 50 anni, hanno riletto Paolo in questo modo arrivando a sostenere che l'apostolo dei Gentili era proprio questo, un apostolo che si rivolgeva ai soli Gentili, lasciando intatto il valore della Prima Alleanza stretta da Dio con il popolo ebraico. Non mi pronuncio sui meriti storici di tale posizione, ma mi pare chiaro che essa sia l'unica che possa onestamente evitare il supersessionismo (o anche qualcosa di peggio) cristiano nei confronti del giudaismo.
Update (11/01/2011): L'ultima frase del post puo' apparire ambigua, come mi e' stato fatto notare sul bel blog "Paulus 0.2". Ho risposto nei commenti cercando di spiegare come la penso.

lunedì 6 dicembre 2010

Verbum Domini II: metodi esegetici


Rispetto al trattamento del tema dell'ispirazione, mi sembra che il modo in cui la Verbum Domini descrive il rapporto fra i diversi metodi esegetici lasci maggiormente a desiderare. Anche in questo caso, il nuovo documento segue le indicazioni della Dei Verbum e, almeno in principio, sembra ammettere senza riserve l'impiego del metodo storico-critico, di cui vengono perfino riconosciuti i benefici apportati alla vita della chiesa (nr. 32).
Ovviamente, l'aspetto problematico della questione sorge quando si deve definire il rapporto fra analisi storico-critica e lettura teologica, dal momento che Ratzinger, citando un suo stesso intervento, ricorda subito che solo quando viene rispettata la tradizione di fede della chiesa si ottiene una "esegesi degna di questo libro", cioe' della Bibbia (34). In che modo si configura questo "rispetto" reciproco?
Si tratta qui di una questione assai importante che, ancora una volta, era stata lasciata piuttosto nel vago dal Vaticano II. Ora, tuttavia, Ratzinger pare avere assai meno esitazioni e senz'altro afferma che i due metodi non solo non possono essere contrapposti, ma nemmeno giustapposti: altrimenti, il rischio sarebbe quello di arrivare alla negazione della possibilita' di intervento del divino nel mondo (35). Si presenta qui quello che mi pare essere il problema piu' grosso dell'intera trattazione: il metodo storico e' descritto in modo caricaturale o, a voler essere piu' caritatevoli, come se la ricerca storica fosse ferma alle pretese di naturalismo assoluto tipiche del positivismo ottocentesco.
Leggendo queste pagine, si ha l'impressione che tale idea non sia una mera finzione polemica, ma che arrivi perfino a definire quello che dovrebbe essere il modo di operare degli esegeti cattolici che impiegano il metodo storico. In questo senso, il paragrafo 34 riprende uno dei passaggi piu' problematici della Dei Verbum, nel quale il significato che gli autori sacri "avevano veramente in mente" e' definito come identico a cio' che "Dio aveva ritenuto giusto comunicare attraverso le loro parole". In pratica, il contenuto ispirato della Scrittura sembra essere identico all'intenzione dell'autore, intenzione che ormai gli storici piu' avvertiti dal punto di vista metodologico considerano impossibile da acquisire con i mezzi della ricerca scientifica.
Perche' vincolare la ricerca storica a questa visione ottocentesca? Ho l'impressione che Ratzinger abbia una gran paura del dubbio (e' detto chiaramente ancora al paragrafo 35) e, accorgendosi che la sola forza della fede non e' sufficiente a dare la certezza assoluta su temi come la resurrezione o l'eucaristia, cerca di trovare un surrogato in una concezione troppo assoluta della scienza e della storia. Cosi' facendo, pero', stringe i due metodi in un abbraccio mortale che, contrariamente alle sue intenzioni dichiarate, perverte sia l'uno che l'altro.

sabato 27 novembre 2010

Verbum Domini: ispirazione


Negli ultimi tempi, il Vaticano e' al centro delle discussioni a causa della sibillina frase di Ratzinger su preservativi e prostituti/e, ma, un paio di settimane fa, lo stesso papa ha rilasciato un documento assai interessante e forse degno di un'analisi un po' piu' ragionata. Siccome siamo in periodo di Ringraziamento, ho pensato che fosse il caso di impiegare del tempo nel leggere l'esortazione apostolica "Verbum Domini", che e' la risposta ufficiale ai lavori del sinodo dei vescovi del 2008 e ha come tema specifico la "Parola di Dio nella vita e nella missione della chiesa".
Il testo e' denso e sembra porsi come un documento abbastanza importante, in quanto Ratzinger prova a fare il punto sulla posizione della Bibbia nella dottrina cattolica a partire dal concilio (un cui documento, la Dei Verbum, e' esplicitamente richiamato nel titolo) e attraverso gli interventi decisamente sparsi e disarticolati dei papi successivi. Il discorso e' senza dubbio approfondito, anche se mi pare che la prospettive di ulteriore sviluppo siano un po' scarse (almeno dal punto di vista intellettuale: lascerei ad altri, piu' competenti di me, un giudizio sulle prospettive pastorali). Presento alcune mie riflessioni senza alcuna pretesa di sistematicita'.
Una questione assai importante e' ovviamente quella dell'ispirazione della Scrittura, trattata nel testo al paragrafo 19. Ratzinger riconosce molto bene l'importante nesso tra ispirazione e verita' della Parola di Dio cosi' come avverte che lo stesso nesso appare assai problematico e invita ad approfondire la ricerca sul tema. In questo la continuita' con la Dei Verbum e' notevole: gia' il documento del concilio Vaticano II aveva evitato accuratamente di definire piu' precisamente il rapporto fra la componente ispirata e quella umana (e quindi necessariamente "non vera" in senso assoluto) nella Bibbia. Dal punto di vista dottrinale, questo offre un vantaggio enorme poiche' consente una duttilita' assolutamente benefica in una materia oscura e in continua evoluzione.
Basta prendere in considerazione l'evoluzione che, piu' o meno apertamente riconosciuta, si e' verificata nell'interpretazione di quei passi (ad esempio, il famoso versetto della lettera agli Efesini) in cui alla donna viene richiesta la sottomissione all'uomo: in una societa' patriarcale, questi venivano senz'altro intesi come ispirati nel loro senso piu' letterale, mentre oggi e' difficile che accada che essi non vengano in qualche modo "aggirati" adottando interpretazioni piu' o meno allegoriche. In futuro, e' possibile che si faccia qualcosa del genere anche, per esempio, per il complesso passo di Romani (1:26-28) che viene talvolta presentato come una critica dell'omosessualita': in Italia c'e' anche chi irresponsabilmente ne invoca un'interpretazione piu' letterale, ma il fatto stesso che esso non compaia quasi mai quando si discute della moralita' o immoralita' delle relazioni omosessuali dimostra che la materia richiede studio attento e consapevole delle conseguenze, come in effetti viene anche suggerito dal papa.

domenica 10 ottobre 2010

I cattolici e Q


Excavating Q, il libro di Kloppenborg che uso come testo di riferimento per il mio corso su Q, ha molte virtu', ma quella che piu' me lo fa apprezzare e' il fatto che tutta la seconda meta' del libro e' occupata da una efficace descrizione degli studi su Q nel corso degli ultimi duecento anni. Davvero notevole, per un libro destinato al mercato americano (o, comunque, anglofono), e' poi anche il fatto che Kloppenborg dedica dello spazio significativo alla ricerca cattolica fra Ottocento e Novecento. Dico che la cosa mi sembra notevole anche perche', obbiettivamente, i cattolici in questo periodo (a parte, magari, le eccezioni di Lagrange e Loisy) hanno contribuito poco o nulla di nuovo al panorama degli studi neotestamentari.
Leggendo con gli studenti questa sezione del volume non ho potuto fare a meno di notare alcuni particolari. Pare che, fra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi del Novecento, quasi tutti i maggiori esegeti cattolici, influenzati da quella che ormai stava diventando una vera e propria "moda" nell'ambito protestante, fossero giunti ad abbracciare, piu' o meno esplicitamente, la teoria cosiddetta delle due fonti, che fa dipendere Matteo e Luca da Marco e Q. Tuttavia, nel 1912 arrivo' inaspettata la "scure" della Pontificia Commissione Biblica, rivitalizzata in senso anti-modernista da Pio X: in pratica, fu proibito l'utilizzo del metodo storico-critico in qualsiasi sua forma e tutte le teorie piu' "innovative" (come, ad esempio, quella sulle fonti del Pentateuco) furono dichiarate inammissibili. Da allora in poi, i riferimenti a Q spariscono dai libri cattolici, mentre i piu' "audaci" continuano comunque a presentare una cosiddetta teoria "cattolica" delle due fonti, in cui Q e' pudicamente sostituita da un "proto-Matteo aramaico". Tale situazione si trascina fino al 1943, quando Pio XII pubblica la "Divino afflante Spiritu" e il metodo storico-critico e' di nuovo riammesso: da allora in poi i manuali cattolici ritornano improvvisamente a parlare di Q.
Ovviamente, una storia di questo genere induce a riflettere sull'influenza che le condizioni "esterne", sociali e culturali, hanno nel garantire il "successo" o il fallimento delle ipotesi scientifiche. Teorie interessanti e innovative vengono formulate praticamente tutti i giorni, anche sul problema sinottico (che sembrerebbe ormai una cosa risolta una volta per tutte), ma perche' ottengano rilevanza o diventino perfino predominanti ci vuole anche qualcosa d'altro. Dal punto di vista di un esegeta cattolico, c'e' da ringraziare Lutero e gli altri che hanno portato allo scisma protestante, altrimenti la foga anti-modernista di papa Sarto e di Merry del Val ci avrebbe probabilmente fatto fare la fine dei catari.

mercoledì 29 settembre 2010

Morale sessuale cristiana


Girellando su internet, ho scovato qualche giorno fa questo splendido blog di Arturo Vasquez, un americano di chiare origini messicane, che parla di religione (e, in particolare, di cattolicesimo) in modo tanto illuminante (per chi viene dall'Europa) quanto scanzonato e divertente. Per darvi un esempio dell'atteggiamento che mi piace tanto vi consiglio la lettura di questo post, dedicato allo scottante problema dell'attegiamento ecclesiastico verso la morale sessuale (dei laici). L'incipit vale oro: se si fosse posta a un Padre della chiesa la questione della liceita' dell'uso della pillola anticoncezionale, questi non avrebbe risposto si' o no, ma non avrebbe risposto niente perche' tutti i Padri pensavano che qualunque cosa avesse a che fare con il sesso fosse disgustosa.
Il punto di Vasquez e' che fino ad un tempo relativamente recente il clero cattolico si guardava bene dall'occuparsi di materie sessuali, mentre la situazione sembra essersi ribaltata proprio in concomitanza con il declino del controllo ecclesiastico sulla societa'. Su questa conclusione c'e' poco da discutere visto che le norme, pur continuamente ripetute in modo sempre piu' dettagliato, non vengono rispettate quasi da nessuno. Mi sembra che anche la conclusione generale di Vasquez sia da sottoscrivere: "forse e' venuto il momento per il magistero istitutuzionale di tirare fuori la testa dalla fogna e rendersi conto che la nostra morale sessuale e' un ideale alla cui altezza non si puo' vivere".
Mi piace accostare a quanto scritto da Vasquez questa intervista di Daniel Schultz a Walter Brueggemann, un biblista e teologo di cui non sono un grandissimo ammiratore, ma che in questa occasione da' davvero il meglio di se'. La discussione ha molti punti notevoli, ma vorrei richiamare le battute in cui l'intervistatore e l'intervistato danno un quadro eccezionale della complessa questione dell'aborto. Tutte le relazioni sessuali sono relazioni di potere come anche le loro conseguenze: percio' le battaglie sulla regolamentazione della riproduzione sono a tutti gli effetti battaglie per la regolamentazione della posizione delle donne nella societa'. Non e' corretto, quindi, fermarsi a discutere di protocolli terapeutici o di altri tecnicismi, ma il problema va posto in termini di fedelta' (non solo dei due partecipanti in una relazione sessuale, ma anche, per esempio, dei dottori) e la fedelta' e' un concetto privo di senso se non e' sostenuta da un'uguaglianza radicale.

venerdì 24 settembre 2010

Nazisti atei?

La visita del Papa in Scozia e Inghilterra della scorsa settimana e' stata presentata da molti organi di informazione come un affare complesso, anche perche' un sentimeno anti-cattolico e' sempre piuttosto vivo in quel paese. Da tenere in conto c'era naturalmente anche il fatto che Ratzinger e' stato, molti anni fa, membro della Gioventu' hitleriana e quindi avrebbe potuto esporre il fianco ad ulteriori attacchi presso un'opinione pubblica che ancora sente molto viva l'eredita' morale della Seconda Guerra Mondiale.

Come c'era da aspettarsi, quindi, il Papa si e' mosso con molta diplomazia e tutto e' filato via liscio. Fra le mosse diplomatiche va anche annoverato l'accenno, contenuto nel discorso che Ratzinger ha tenuto incontrando la regina proprio appena giunto in Scozia: "Pure nella nostra epoca possiamo ricordare come la Gran Bretagna e i suoi capi si opposero ad una tirannia nazista che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità, specialmente gli ebrei, che venivano considerati non degni di vivere. [...] Mentre riflettiamo sui moniti dell’estremismo ateo del ventesimo secolo, non possiamo mai dimenticare come l’esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica conduce in ultima analisi ad una visione monca dell’uomo e della società, e pertanto a una visione riduttiva della persona e del suo destino".

Questa curiosa associazione fra nazismo e ateismo (piu' l'esclusione della religione dalla vita pubblica, che certo non e' mai stato un obiettivo politico hitleriano) e' stata commentata proprio ieri, su Religion Dispatches, da Susannah Heshel (professore a Dartmouth e autrice di un recente ed esplosivo libro dal titolo The Aryan Jesus: Christian Theologians and the Bible in Nazi Germany - Il Gesu' ariano: teologi cristiani e la Bibbia nella Germania nazista). L'articolo e' abbastanza lapidario nel mettere in luce l'ipocrisia della posizione di Ratzinger; basta citare qui solo un piccolo stralcio: "Dal punto di vista ebraico non fa nessuna differenza se l'ufficiale delle SS che uccise mia nonna ando' a Messa la domenica successiva o prese in giro Gesu' come un Ebreo patetico e codardo. Cio' che importa e' che la Chiesa non scomunico' mai quell'ufficiale e non proibi' mai ai cappellani di celebrare la Messa nei campi di concentramento".

E' chiaro che l'ammissione delle proprie colpe e' una virtu' cristiana estremamente ardua da praticare, ma (come gia' accaduto per la questione pedofilia, in cui si e' cercato di dare la colpa alla liberazione sessuale degli anni '60 e seguenti) arrivare perfino a dare all'ateismo la responsabilita' dei crimini nazisti mi sembra una mossa non molto saggia.

Update (25/09/2010): Un carissimo amico che insegna all'Universita' Cattolica di Milano mi informa, con un messaggio privato, che la storiografia piu' recente pare concorde nel ritenere l'eiminazione delle chiese cristiane un obiettivo politico di Hitler e della sua cerchia piu' stretta di consiglieri. Siccome ho estrema fiducia nell'opinione dell'amico sopraccitato, ho modificato il post, ma ci tengo a osservare che, anche in questo caso, la responsabilita' dei cristiani non ne esce diminuita (come, peraltro, evidenzia anche l'autore del messaggio). La cosa sarebbe stata sempre taciuta da Hitler per motivi di tattica politica, mentre, comunque, la grande maggioranza dei sostenitori del nazismo erano cristiani e non ebbero mai problemi nel conciliare le loro due lealta'. Un ulteriore interessante contributo, di segno leggermente diverso, si puo' leggere qui.

sabato 18 settembre 2010

Dio giudice o Dio d'amore?


Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in
questo breve discorso che Ratzinger ha tenuto al nuovo ambasciatore tedesco presso il Vaticano. Mi ha colpito un passaggio centrale in cui il papa spiega come mai sia necessario credere in un Dio personale: "Se però uno abbandona la fede verso un Dio personale, sorge l’alternativa di un 'dio' che non conosce, non sente e non parla. E, più che mai, non ha un volere. Se Dio non ha una propria volontà, il bene e il male alla fine non sono più distinguibili; il bene e il male non sono più in contraddizione fra di loro [...]. L’uomo perde così la sua forza morale e spirituale, necessaria per uno sviluppo complessivo della persona. L’agire sociale viene dominato sempre di più dall’interesse privato o dal calcolo del potere, a danno della società. Se invece Dio è una Persona [...] ne consegue che un ordine di valori è legittimato." Nella teologia, tendenzialmente autoritaria, di Ratzinger queste parole, che riducono Dio alla sua funzione di giudice e di garante dell'ordine morale, non stupiscono, ma mi hanno lasciato comunque insoddisfatto.
Oggi, per caso, ho trovato, su Religion Dispatches, questo articolo molto bello, in cui Jay Michaelson riflette sul significato dello Yom Kippur ebraico, una ricorrenza che, per sua stessa natura, pone la figura del Dio giudice al centro della scena. Michaelson premette, con molto giudizio, che qualunque discorso su Dio e' per definizione riduttivo e incompleto, ma nondimeno va misurato e giudicato in base al suo "utile valore pedagogico". Certamente e' vero che parlare di Dio come giudice puo' essere positivo, ma bisogna anche vedere se gli aspetti negativi non siano maggiori. Michaelson enumera alcuni dei problemi che possono sorgere (e di fatti sono sorti nella storia) dall'enfasi posta sulla funzione giudicante di Dio: si va dalla giustificazione dell'autoritarismo (gia' menzionata) a quella dell'intolleranza, in una lista che non puo' certo lasciare tranquilli o indifferenti. Mi sento di sottoscrivere quasi completamente la conclusione di Michaelson e in particolare chiederei a Ratzinger se davvero lui pensa che il mondo abbia bisogno di ancor piu' "giudizi divini".

mercoledì 1 settembre 2010

Cosa vuol dire credere


Un paio di settimane fa ha fatto scalpore su entrambe le sponde dell'Atlantico l'esito di un sondaggio nel quale, fra le altre cose, veniva chiesto agli americano se credono che Obama sia un musulmano. Il risultato, inaspettato, e' stato che uno statunitense su cinque afferma di credere che il presidente sia un devoto dell'Islam (si tratta di un reddoppio rispetto alle percentuali rilevate solo un anno fa). Si potrebbero fare molte considerazioni su questo tema (in particolare, sul razzismo dell'americano medio), ma sono stato colpito da un contributo che ho letto sulla versione on-line del New York Times.
L'autore, Tobin Harshaw, si chiede saggiamente "quanti degli americani che pensano che Obama sia un musulmano ci credano veramente". Mi ha attirato la riflessione sulla corrispondenza, spesso imperfetta e ingannevole, fra affermazioni ed effettiva credenza nel contenuto delle affermazioni stesse: si tratta di un problema tipico che affronta chi si dedica allo studio delle religioni. Come si puo' misurare la fede? Si potrebbe pensare che, almeno per chi studia le religioni nel mondo contemporaneo, basti chiedere direttamente ai credenti, ma si fa presto a capire che gli interrogati rispondono affermativamente o negativamente per ragioni che sono spesso assai lontane da quella che noi chiameremmo "fede". A dimostrare il punto e' sufficiente un riferimento al recente sondaggio sullo stato del cattolicesimo italiano: a quanto pare, piu' dell'80% degli italiani si autodefinisce cattolico, ma solo un modesto 28% va a Messa almeno una volta alla settimana. E' difficile sostenere che quel 50% di concittadini che sta nel mezzo sia mosso da una fede straodinaria: probabilmente, hanno risposto alla domanda dicendo di essere cattolici perche' questo e' un mezzo per affermare quella che credono essere la loro identita' o per segnalare la loro specificita' rispetto a chi risponde diversamente o per polemizzare contro chi attacca il "Cattolicesimo"...
Cercare di misurare la fede di individui e popoli e' un miraggio. In generale, affermazioni di questo tipo hanno motivazioni sociali e politiche: nel caso di Obama si tratta di attaccargli una "etichetta" che lo indebolisca politicamente (come facevano gia' quelli che chiamavano Roosevelt "ebreo" o Lincoln "cattolico"), mentre per chi fa affermazioni positive si tratta di trovare un nome che dia un piacevole senso di identita' e di comunita'.

venerdì 27 agosto 2010

Per molti, ma non per tutti


La scorsa domenica sono tornato alla Messa americana e mi sono ritrovato un giovane predicatore che ha affrontato di petto il difficile passo evangelico (Lc 13:22-30), nel quale Gesu' annuncia che entrare nel regno non e' facile e che i meriti acquisiti seguendolo non serviranno a nulla nel momento della decisione. Devo dire che il sacerdote ha calcato non poco la mano su questo punto, nel tentativo i creare una paura in tutto degna di una predica medievale.
Quello che mi ha piu' colpito e' stato pero' l'annuncio che, con il prossimo Avvento, il messale inglese cambiera' per adeguarsi a una nuova edizione recentemente approvata da Roma. In particolare, il mio predicatore ha tenuto a sottolineare che la preghiera pronunciata sul calice al momento della consacrazione non dira' piu' che quello e' il sangue versato "for you and for all", ma "for you and for many" (sinceramente in Italia non mi sono accorto che il buon vecchio "per voi e per tutti" sia cambiato: magari il mutamento e' in programma, ma per il momento il sito della CEI continua a riportare la preghiera tradizionale). Devo ammettere comunque che il mio celebrante ha ragione da vendere: in effetti, il messale latino ha "pro vobis et pro multis" e anche il versetto di Matteo (26:26), da cui sostanzialmente e' tratta questa preghiera eucaristica, ha un bel polloi che non ammette apparentemente molte repliche.
Ovviamente, siccome il predicatore brandiva la preghiera in modo assai minaccioso per me povero peccatore, mi sono chiesto se una formulazione di questo tipo, visto che siamo in terra americana, non ci porti molto vicino al terzo petalo del TULIP calvinista (le dottrine calviniste sono riassunte in questo acronimo floreale, in cui la L sta per "limited atonement", "espiazione limitata" nel senso che la morte di Gesu' ha avuto valore espiatorio solo per quelli che erano da sempre predestinati alla salvezza e non per tutti gli esseri umani). Devo dire che il mio sacerdote remava valorosamente in senso contrario, fino ad affermare, verso la fine del sermone, che bisogna essere forti per entrare nel regno e che la vita non e' mica tutta gioia e divertimento! Se l'ultima affermazione vi sembrera' un'ovvieta', non vi biasimo, ma non vi pare che la prima ci porti pericolasemente a contatto almeno con una forma di semi-pelagianesimo? Sarebbe la nostra forza a garantirci la salvezza? I misteri della lettura sacrificale della morte di Gesu' mi smebrano sempre fuori dalla mia portata.

lunedì 31 maggio 2010

Il Gesu' ebreo e il celibato dei preti


Certe volte mi capita di pensare che la consapevolezza dell'ebraicita' di Gesu' e' ormai tanto diffusa sul piano storico che non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadirla ancora. Poi arriva il commento o la dichiarazione ufficiale che smentiscono questa illusione, ci riportano tutti al punto di partenza e mi fanno capire di nuovo come sia importante ribadire il concetto ogni volta che si presenta l'occasione.
In questi ultimi tempi si e' molto parlato del celibato che viene richiesto ai sacerdoti cattolici e molte voci si sono levate a fare l'apologia di questo antico isituto: l'ultima che mi e' capitata sotto gli occhi e' quella di Sandro Magister, giornalista dell'Espresso, che si occupa di questioni vaticane e gestisce un sito ricco di informazioni sulle attivita' della gerarchia cattolica. Proprio qui e' apparso un lungo contributo nel quale Magister si propone di dimostrare che l'idea che l'obbligo del celibato sarebbe un'innovazione relativamente recente fa "a pugni con la teologia e con la storia". Con questo si intenderebbe dimostrare storicamente che in sostanza gia' gli apostoli, se non dovevano essere celibi (cosa che non si puo' fare perche' e' esplicitamente contraddetta dalle fonti), almeno dovevano astenersi da ogni rapporto sessuale con le loro mogli perche' l'ordinazione sacerdotale avrebbe richiesto loro una consacrazione totale.
Dal punto di vista storico questa teoria non ha alcun fondamento e non e' un caso che, per dimostrare che questa era la prassi "fin dall'inizio della Chiesa", Magister, dopo aver citato due ambigui versetti del Nuovo Testamento, passa direttamente ad un testo del quarto secolo, mentre tutta la bibliografia che ci fornisce e' uno smilzo libretto di uno storiograficamente ignoto cardinale austriaco.
Tuttavia, non sono interessato alla discussione degli argomenti di Magister (anche se ci sarebbe molto da dire), se non in un punto assai importante che ha che fare piu' con l'ideologia che con la valutazione delle fonti. Ormai tutta la gerarchia cattolica parla regolarmente del Gesu' ebreo e i giornalisti come Magister descrivono con passione gli incontri amichevoli fra il Papa e famosi rabbini americani, ma quando si tratta di venire alla sostanza e di tirare le conclusioni storiche relativamente ai punti nodali delle dottrine ecclesiastiche i nodi vengono infallibilmente al pettine. Si ha un bel dire che Gesu' e gli apostoli erano Ebrei e come tali vanno pensati e descritti storicamente: se si traggono le conseguenze di questo principio bisogna per forza pensare che gli apostoli si comportassero come la maggioranza degli Ebrei del loro tempo e considerassero non solo il matrimonio, ma anche la procreazione un comandamento divino. Fare l'opposto, come nel caso di Magister, significa riproporre lo schema tradizionale che sovrapponeva i tardi sviluppi del cristianesimo alle sue "origini" e, cancellando gli Ebrei dal cuore della storia cristiana, preparava la strada alle persecuzioni.

sabato 15 maggio 2010

Fatima e l'interpretazione delle profezie apocalittiche


In questi giorni si commemorano le apparizioni di Maria a Fatima e il viaggio del Papa in Portogallo ha riacceso il dibattito, per il vero mai spento, sui famosi "segreti" che la Madonna avrebbe rivelato ai tre pastorelli. Le considerazioni che Ratzinger ha fatto in questi giorni in particolare sul terzo segreto invitano a fare qualche riflessione metodologica e storica.
Il Papa gia' nel 2000 aveva scritto un "commento teologico" del segreto quando questo fu rivelato per la prima volta. In questo viaggio Ratzinger ha aggiunto degli spunti interpretativi che hanno fatto andare in visibilio quelli che speculano sui "segreti" ancora nascosti, mentre hanno suscitato sorpresa in quelli che ritenevano che l'interpretazione "definitiva" fosse gia' stata data una volta per tutte. Davvero e' un po' ripugnante vedere la chiesa cattolica descritta come vittima della pedofilia (e' come, mutatis mutandis, la storia di quel giocatore che aveva dato un calcione alle spalle al suo avversario e subito dopo cercava di far sembrare che la colpa fosse di quello che il calcio l'aveva preso), ma l'analisi storica deve accostarsi alla questione in altro modo.
Il terzo segreto di Fatima e' una profezia apocalittica e come tale viene trattata dai teologi: il significato storico del testo non ha nessuna importanza, ma ogni volta che si rilegge la profezia si "scopre" un nuovo significato "teologico" che si adatta alle mutate circostanze storiche in cui la nuova lettura viene fatta. Si pensi un po' alle predizioni dell'Apocalisse a proposito dell'Anticristo: storicamente chi ha scritto il testo pensava a Nerone, ma successivamente le identificazioni sono state centinaia (altri imperatori, eretici, re medievali, perfino papi...). Il senso mutava a seconda del nemico che si doveva "far fuori" con la profezia e lo stesso avviene con il terzo segreto di Fatima. E' inutile criticare queste letture "teologiche" dicendo che l'interpretazione "storica" e "vera" e' differente: non c'e' alcuna possibilita' di comunicazione fra i due tipi di ragionamento perche' il discorso teologico rifiuta i presupposti di quello storico (per esempio, il fatto che sia piu' probabile che un autore scriva in relazione agli eventi a lui contemporanei invece che avendo presente cio' che avverra' duemila anni dopo).
Il discorso storico non e' piu' "vero" di quello teologico, ma ha altre virtu': per esempio, e' piu' "democratico" perche' chi propone un'interpretazione storica la deve motivare con prove verificabili e pubbliche, mentre chi propone un'esegesi "teologica" la fonda solo su una "intuizione personale" o su una "ispirazione soprannaturale" che, come in questo caso, possono servire a scagionare se stessi e la propria istituzione da un'accusa infamante.

sabato 24 aprile 2010

La carita' di Hans Kung

Alcuni giorni fa ho pubblicato un post nel quale discutevo delle possibili traduzioni di agape in Giovanni, affermando che la normale resa in italiano con "amore" mi pareva fuorviante. Un attento lettore mi ha chiesto se penso che lo stesso ragionamento sarebbe applicabile anche al capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi, un passo che e' molto famoso anche come "inno" alla carita' (anche li' il greco e' agape, ma le traduzioni italiane hanno fatto una scelta diversa). Personalmente, penso che il discorso che facevo si adatti perfettamente anche al passo paolino e che in questo caso una corretta comprensione sia impedita dal fatto che spesso e volentieri il capitolo 13 viene estrapolato dal suo contesto e piegato ad usi che non sono i suoi originari. Questo avviene anche qui negli USA (dove la traduzione comune e' "love"), perche' l'inno viene usato nei matrimoni e riceve quindi una carica emotiva e affettiva che non ha niente a che vedere con il discorso paolino. Per Paolo, al contrario, il capitolo 13 fa parte di un lungo ragionamento (capitoli 12-14) con cui l'apostolo controbatte ai profeti di Corinto, che si sono ribellati alla sua autorita', e cerca di ricordare loro la "lealta'" dovuta alla comunita' sopra ogni altra cosa (che vuol dire: l'obbedienza assoluta dovuta ai suoi ordini).
Una conferma alla mia tesi e' venuta gia' due giorni fa proprio leggendo la risposta (scritta da Pier Giordano Cabra e pubblicata sull'Osservatore romano) ad una lettera di Hans Kung, molto critica sui risultati del pontificato di Ratzinger. Non mi interessa qui il merito della questione dibattuta da Cabra e Kung, ma vi invito solo a notare l'uso che Cabra fa, nella parte conclusiva del suo testo, delle citazioni prese da 1 Cor 13, quando rimprovera a Kung di aver mancato di stile non riconoscendo il "primato" della carita'. Kung ha messo in dubbio l'efficacia del lavoro di Ratzinger e l'ha fatto pubblicamente: in questo modo, secondo Cabra, ha violato il principio della ecclesia patiens (la "Chiesa che soffre" e, ci verrebbe da dire, sta zitta). Mi sembra evidente che in questo contesto Cabra usa il termine carita' come Paolo usava agape, ma in realta' "carita'" qui non ha alcun senso, se non retorico, e la parola piu' giusta da usare sarebbe "lealta'": criticare mette in crisi tutto l'organismo ecclesiale che e' totalmente identificato con il suo capo e con le sue azioni. Non c'e' dubbio che Cabra sia preciso nell'impiego delle citazioni: purtroppo, si deve anche notare che questo stesso atteggiamento e' quello tipico delle organizzazioni mafiose e di quelle che noi oggi comunemente chiamiamo "sette".

giovedì 4 marzo 2010

Il donatismo secondo Maureen Tilley

Devo scusarmi per non aver scritto niente per alcuni giorni, ma la settimana scorsa e' stata piu' impegnativa di quanto mi sarei aspettato: quest'anno, come ultimo arrivato nella mia scuola, mi e' toccato di far parte della commissione che si occupa dell'ammissione dei nuovi studenti e quindi ho dovuto sorbirmi quasi dieci ore di riunioni in tre giorni.
Adesso che ho finalmente tempo di riprendere a scrivere devo sdebitarmi di una promessa fatta ad un amico italiano. Giovedi' scorso, ad un gruppo di lavoro che si riunisce circa una volta al mese e che si chiama abbastanza pomposamente Patristica Bostoniensia e' intervenuta Maureen Tilley, che insegna alla prestigiosa Fordham University ed e' la massima esperta nordamericana di "donatismo". Quest'ultima e' un'eresia nata nell'Africa romana alla fine della persecuzione di Diocleziano, nei primi anni del quarto secolo: l'iniziatore sarebbe stato un certo Donato, un vescovo che si sarebbe rifiutato di riconoscere l'autorita' di altri vescovi che durante la persecuzione erano venuti a patti con i persecutori, in particolare consegnando (traditores) loro i libri sacri. I donatisti formarono una chiesa parallela che rifiutava perfino il nome di "cristiani" a coloro che non avevano uno standard morale adeguato. I donatisti rimasero per quasi un secolo la maggioranza del cristianesimo africano, finche' Agostino, compiendo una delle azioni piu' scellerate e nefaste della storia, non chiese l'aiuto dell'autorita' imperiale teorizzando che Dio avrebbe consentito anche l'uso della forza quando si trattava di "convertire" gli eretici all'ortodossia.
Tilley non ha detto niente di particolarmente nuovo sull'argomento, ma gran parte della sua lezione e' stata dedicata a dimostrare che la storia della ricerca ha sempre "essenzializzato" il donatismo, di solito rappresentandolo come un movimento monolitico e conservatore, incapace di aggiornarsi alla novita' del cristianesimo imperiale del dopo Costantino. In realta', come ogni altro gruppo religioso la cui storia e' durata per piu' secoli anche il donatismo ha vissuto evoluzioni e mutamenti dottrinali di cui e' rimasta traccia nelle fonti.
Abbastanza interessante e' stato apprendere cosa ha spinto Tilley a studiare il donatismo, un oggetto di ricerca molto insolito qui in Nord America: Tilley, che e' cattolica, ha detto che, all'indomani delle riforme del Vaticano II, le pareva utile vedere cosa la chiesa cattolica aveva perso condannando il donatismo. Agostino e gli altri anti-donatisti, per combattare il rigorismo dei loro avversari, dovettero infatti gettare le basi della dottrina per cui la validita' dei sacramenti non dipende dalla moralita' di chi li celebra, ma dall'esattezza con cui viene compiuto il rito. Una soluzione del genere ha provocato, anche in tempi molto recenti, non poche storture: per esempio, in molti dei casi di pedofilia del clero americano, i responsabili di questi delitti gravissimi sono stati giustificati e difesi perfino dai parrocchiani con la motivazioni che le loro liturgie erano grandi "fonti di ispirazione" per la precisione con cui venivano celebrate.

giovedì 13 agosto 2009

L'insegnamento della religione in Italia e Nord America

Mi devo scusare per il lungo silenzio, ma il viaggio e le procedure di assestamento a Boston hanno richiesto qualche momento piu' del previsto. Nel frattempo, mi ha raggiunto la notizia relativa alla reazione di mons. Diego Coletti, presidente della commissione episcopale per l'educazione cattolica, a una decisione del Tar che ha escluso gli insegnanti di religione dagli scrutini delle scuole pubbliche.
Le parole del vescovo di Como inducono a fare un po' di paragoni fra l'insegnamento della religione nel nostro paese e in altri contesti. Nello specifico, la scuola in cui insegno attualmente, benche' nata da una particolare denominazione cristiana (quella unitariana), offre corsi di preparazione alla professione di ministri del culto non solo a cristiani di ogni tipo, ma perfino a islamici e buddhisti. Il tutto e' fatto nel piu' alto spirito ecumenico e ad un livello scientifico di tutto rispetto, senza nessun problema se, come nel mio caso, un cattolico si trova ad insegnare il Nuovo Testamento a anglicani o luterani.
In Italia, invece, gli unici insegnanti che si occupano di religione nelle scuole sono selezionati e designati dai vescovi cattolici ed essi soli hanno il privilegio e la responsabilita' di insegnare non solo la dottrina della propria denominazione cristiana, ma anche le dottrine degli altri cristiani e delle altre fedi religiose.
Ci si puo' chiedere quale sia il sistema piu' onesto e, soprattutto, quale sia il sistema che offre le garanzie di maggiore scientificita' e rispetto reciproco. A quanto pare dalle relazioni dei giornali che ho potuto vedere, mons. Coletti avrebbe detto che la sentenza del Tar sarebbe frutto di "bieco illuminismo": questo giudizio si inserisce bene fra le numerose uscite anti-moderne e anti-razionaliste che vengono ripetute tanto dal Papa quanto dalle gerarchie cattoliche. Mi sembra che ci si dimentichi troppo facilmente del fatto che i valori della tolleranza siano stati propagandati e imposti, contro l'opposizione della Chiesa cattolica (esplicita almeno fino a tutto l'Ottocento!), proprio dai figli della modernita' e del razionalismo illuminista.