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sabato 4 dicembre 2010

Sangue e vita in Levitico


Ho trascurato un po' le letture bibliche di "Uomini e profeti" e sto ascoltando i podcast, vecchi di alcune settimane, dedicati al Levitico. Nella puntata del 14 novembre, Daniele Garrone, professore di Bibbia ebraica alla Facolta' teologica valdese, oltre a molte altre osservazioni interessanti, dedica alcune parole alla famosa proibizione di cibarsi del sangue, notando in particolare la connessione simbolica fra sangue e vita, per cui la proibizione va intesa a tutti gli effetti come una comando al rispetto della vita non solo umana. Un tema che si riallaccia al fatto che i due progenitori dell'umanita', Adamo ed Eva, sono descritti come vegetariani nel periodo precedente la "caduta".
Mi sembra che si tratti di uno spunto di grande interesse, anche se Garrone stesso finisce ben presto per banalizzarlo (con il riferimento all'assenza, nel mondo ebraico, della caccia sportiva!), in questo ben spalleggiato dalla conduttrice, Gabriella Caramore, che lancia un pensiero carico di nostalgia anti-moderna ai milioni di animali che vengono allevati solo per essere macellati. Si tratta della stessa manovra di "addomesticamento" che ci viene servita quando gli inviti alla poverta' presenti nei testi neotestamentari ci vengono interpretati come inviti a rinunciare al "superfluo" (solo quello di cui ci sentiamo di fare a meno per stare tranquilli con la coscienza).
In realta' una tradizione interpretativa sviluppa questo tema in un modo assai piu' radicale: nel romanzo pseudo-clementino, ma anche in altri testi testi dei primissimi secoli cristiani, il consumo della carne e del sangue sono legati alla perversione generata dall'unione fra angeli ed esseri umani e dalla conseguente nascita dei cosiddetti "giganti". Data la loro origine "innaturale" questi ultimi hanno il desiderio "innaturale" di cibarsi di carne e, quindi, creano una contaminazione alla quale Dio puo' mettere riparo solo con la tragedia del diluvio e con la distruzione della vita su tutta la terra. Attraverso questo mito, che ha origine negli scritti enochici, il comando di astenersi dal sangue, dato a Noe', viene ad essere inteso come un indicazione perenne del fatto che l'umanita' condivide un principio vitale fondamentale con tutti gli altri esseri viventi: gli esseri umani, anche con le loro azioni apparentemente piu' basilari come il nutrirsi, creano di fatto uno squilibrio che nuoce anche a loro stessi e di cui devono essere responsabili e consapevoli.

giovedì 24 settembre 2009

Sesta lezione apocalittica

Mi scuso per la lunga assenza, ma gli ultimi giorni di lavoro sono stati abbastanza densi di impegni e mi sono trovato proprio senza il tempo necessario per scrivere qualcosa qui.
In ogni caso, il corso sulla letteratura apocalittica e' continuato e allora vi do un piccolo aggiornamento sullo stato dei lavori.
Gia' ho detto qualcosa a proposito del Primo libro di Enoch e della sua preminenza fra le apocalissi di origine giudaica. Quello che chiamiamo Primo libro di Enoch e' stato preservato nella sua interezza solo dalla chiesa etiopica: alcuni frammenti aramaici sono stati trovati a Qumran e hanno dimostrato che il testo non e' una invenzione medievale, ma e' invece molto antico. Purtroppo, fra i frammenti del Mar Morto non si sono trovati passi di una sezione particolare di Enoch, il cosiddetto "Libro delle parabole". Si tratta di un altro testo apocalittico che ha fatto e fa tuttora discutere gli specialisti a causa di un suo aspetto molto particolare. Le "parabole" in questione sono in effetti visioni celesti che Enoch riceve da Dio e che gli illustrano quello che dovra' accadere sulla terra nei tempi finali. Fra le altre cose, Enoch vede un personaggio quasi divino che viene presentato come il giudice di tutti gli umani e che viene designato con il nome di "Figlio dell'uomo".
Ovviamente questo particolare ha suscitato l'interesse degli studiosi perche' "Figlio dell'uomo" e' uno dei titoli che i primi cristiani hanno attribuito a Gesu' ed e' anche uno dei titoli piu' enigmatici. Si tratta di un titolo "cristologico", perche' serve ha indicare una specifica "dottrina" che riguarda la natura di Gesu' Cristo. Con ogni probabilita' il "Figlio dell'uomo" doveva in qualche modo essere associato con l'idea di un giudizio finale sui comportamenti buoni o cattivi degli esseri umani. La figura nebulosa di un "figlio dell'uomo" (che di per se' vuol dire semplicemente "uomo") compare gia' nel Libro di Daniele (al capitolo 7, versetti 13-14), dove probabilmente rappresenta il popolo di Israele. Nel Libro delle parabole, Enoch presenta il Figlio dell'uomo come Messia (il consacrato di Dio, inviato a restaurare il suo regno nel mondo) e come giudice finale dell'umanita'. E' piuttosto sicuro che gli autori dei Vangeli (e in particolare quello del Vangelo di Marco) si siano ispirati a questa immagine e l'abbiano applicata a Gesu' di Nazaret. Il versetto piu' famoso, e non privo di ambiguita', e' la frase che Gesu' pronuncia durante il suo processo davanti al Sinedrio (Mc 15:62): "E vedrete il Figlio dell'uomo, seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo".

martedì 15 settembre 2009

Terza lezione apocalittica

Tra i piu' grandi studiosi del Primo libro di Enoch si possono contare due italiani, Paolo Sacchi e Gabriele Boccaccini. Nonostante molti dei libri di Sacchi, professore emerito dell'Universita' di Torino, siano ormai tradotti in inglese e nonostante il fatto che Boccaccini abbia da tempo una cattedra alla University of Michigan, una delle piu' prestigiose degli Stati Uniti, il loro lavoro e' ancora assai poco conosciuto su questa sponda dell'Atlantico.
Tanto Sacchi quanto Boccaccini (che e' stato allievo di Sacchi) partono da una lettura del Libro dei Vigilanti, la prima sezione di quello che oggi chiamiamo Primo libro di Enoch. I "vigilanti" sono angeli che hanno questo nome, perche' passano l'eternita' contemplando Dio seduto sul suo trono senza alcuna interruzione, nemmeno per dormire. Questa contemplazione e' ovviamente concepita come il massimo grado di felicita' raggiungibile per un essere vivente, ma Enoch scopre che i Vigilanti hanno in effetti abbandonato per un attimo la loro contemplazione e hanno volto gli occhi verso la terra. Qui hanno notato la bellezza delle "figlie degli uomini" e sono immediatamente stati presi da un irrefrenabile desiderio sessuale. Spinti da tale impulso, i Vigilanti scendono nel mondo materiale e cominciano ad accoppiarsi con le donne generando una schiera di giganti, esseri mostruosi perche' nati dall'unione proibita fra esseri umani e sovrumani. I giganti, che producono spargimenti di sangue e uccisioni, sono sterminati da Dio con il diluvio universale, ma i loro spiriti, semi-divini, sopravvivono e continuano a perseguitare gli umani producendo sofferenze e dolori.
Questa storia puo' apparire del tutto folle, ma guardando bene se ne trova una traccia anche nella Bibbia ebraica: precisamente nel libro della Genesi (6:1-4) dove si dice chiaramente che "i figli di Dio videro la bellezza delle figlie degli uomini e se le presero come mogli". Si discute molto se il testo della Genesi abbia dato lo spunto a Enoch oppure se in Genesi sia rimasto solo un frammento di una storia molto piu' antica: in ogni caso, Sacchi ha fatto notare che la storia dei Vigilanti da' un'interpretazione tutta particolare sull'origine del male che sarebbe venuto nel mondo in seguito ad eventi su cui gli umani non avevano alcun controllo. Questo sarebbe totalmente opposto all'idea sull'origine del male che si puo' leggere nella Genesi dove il famoso mito di Adamo ed Eva ha un carattere tutto diverso: la' gli esseri umani sono liberi e responsabili in prima persona del male che entra nel mondo.

giovedì 10 settembre 2009

Seconda lezione apocalittica

Per la lezione di oggi era richiesta la lettura del Primo libro di Enoch, uno dei cosiddetti "apocrifi dell'Antico Testamento", vale a dire libri che hanno per protagonisti personaggi della Bibbia ebraica, ma non sono stati inclusi nel canone. In effetti, il Libro di Enoch e' forse l'apocrifo per eccellenza, quello che con la sua scoperta ha totalmente rivoluzionato il nostro modo di intendere la storia del giudaismo e del cristianesimo.
Il testo era completamente perduto e ne rimanevano solo accenni qua e la' in altre opere: per esempio, la Lettera di Giuda, un libro del Nuovo Testamento assai poco conosciuto, cita (versetti 14-15) Enoch come un libro ispirato e quindi crea non pochi problemi a quelli che ritengono che la dottrina del canone biblico sia gia' presente nella Bibbia. Comunque, alla fine del '700 un esploratore inglese ritrovo' il Libro di Enoch in Etiopia, l'unico luogo in cui esso era stato conservato nella sua interezza, anche se ovviamente tradotto (e' interessante notare che, a tutt'oggi, il Libro di Enoch e' considerato un'opera divinamente ispirata dalle chiese cristiane etiopi). Il testo fu poi pubblicato e studiato in Europa per tutto l'Ottocento, ma naturalmente nessuno pensava che fosse molto antico: probabilmente, si diceva, sara' una brutta copia del Libro di Daniele (che e' nel canone). Tutto fu rivoluzionato dalla scoperta dei manoscritti di Qumran nel 1948: fra i molti rotoli trovati sulle sponde del Mar Morto, si rinvennero infatti anche diverse copie frammentarie della versione originale, in aramaico, di Enoch. Si scopri', fra lo stupore generale, che alcune parti del Libro di Enoch risalivano almeno all'inizio del secondo secolo avanti Cristo, mentre Daniele e' stato scritto verso la meta' del secolo. La situazione risultava completamente ribaltata: era stato l'autore di Daniele a scopiazzare Enoch e ora Enoch diventava la piu' antica fra le apocalissi, il modello per tutti gli altri scritti giudaici e cristiani dello stesso genere.
Questa storia e' molto importante non solo perche' rivela il peso dei pregiudizi teologici nello studio storico, ma anche perche' mette in risalto l'importanza del Libro di Enoch, che contiene dottrine e espressioni che avrebbero poi profondamente influenzato gli scritti del cristianesimo antico. Se volete dare un'occhiata al testo di Enoch, in italiano e' disponibile una eccellente traduzione inclusa nella raccolta "Apocrifi dell'Antico Testamento" edita da Paolo Sacchi (il testo fu pubblicato una prima volta in due prestigiosi volumi della UTET e piu' di recente riedito in agile formato tascabile dalla TEA).