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giovedì 28 ottobre 2010

Ricchezza e apocalisse


Oggi mi sono trovato a discutere con alcuni colleghi e studenti un passo affascinante tratto dal capitolo 18 dell'Apocalisse di Giovanni. In particolare, si cercava di interpretare il famoso lamento dei mercanti che contemplano la caduta di Babilonia:
"Anche i mercanti della terra piangono e si lamentano su di essa, perche' nessuno compra piu' le loro merci: i loro carichi d'oro, d'argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d'avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamomo, amomo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, carri, schiavi e vite umane" (18:11-13).
Incidentalmente, faccio notare che la conclusione del versetto, nella traduzione CEI, e' davvero fiacca. Sia la Nuova Riveduta che la Nuova Diodati hanno reso molto piu' efficacemente e letteralmente con "corpi e anime di uomini" ("corpi" e' il greco "somata", che spesso e' usato per indicare gli schiavi, ma credo che lasciarlo cosi' com'e' renda di piu' l'idea della commercializzazione che fagocita ogni cosa).
Tuttavia, la discussione verteva su altro: quasi tutti i commentatori prendono questo passo come un esempio della inflessibile denuncia dell'imperialismo romano che caratterizzerebbe l'Apocalisse. E' facile vedere qui la condanna del lusso sfrenato e della globalizzazione imperiale.
Pero', ci sono alcuni problemini: e' utile far notare che a piangere sono solo i mercanti, non certo i "veri" ricchi dell'impero, senatori che possedevano latifondi immensi coltivati da schiavi. Non si trovera' nell'intera Apocalisse nemmeno un attacco contro questo tipo di ricchezza terriera, perche' in realta' Giovanni non fa altro che prendere a prestito uno dei cliche' piu' amati dai moralisti romani, la tirata contro i "nuovi ricchi", che hanno ammassato il denaro non nel modo tradizionale, ma attraverso metodi "corrotti" e moralmente discutibili dal punto di vista dell'elite (gli esempi sono ben noti e spaziano dalla descrizione di Trimalcione in Petronio, a Giovenale, per arrivare fino a quello con la faccia di bronzo piu' spessa di tutti, Seneca).
Paradossalmente, l'Apocalisse, lungi dall'essere anti-imperialista, imita e riproduce elementi essenziali dell'ideologia imperiale: la cosa e' evidente se si legge piu' avanti, dove (ai capitoli 20 e 21) la ricchezza viene sfoggiata senza problemi, e spesso perfino usando le stesse parole del capitolo 18, per descrivere la nuova Gerusalemme. Non sorprende, quindi, che l'immaginario dell'Apocalisse sia stato adottato da Costantino immediatamente e con successo e che, piu' vicino a noi, l'imperialismo americano ne abbia fatto un fondamento della sua politica.

lunedì 7 settembre 2009

Il millennio II

Nel post precedente ho cercato di spiegare come l'idea del regno millenario sia contenuta nel Nuovo Testamento e in particolare nell'Apocalisse di Giovanni. Ora vorrei dire qualcosa sulle fonti bibliche, e non, da cui Giovanni puo' aver ricevuto questa dottrina.
Quasi tutti gli studiosi concordano nel pensare che, quando si parla del regno dei 1000 anni, si deve pensare a una mescolanza nata dall'intepretazione di due distinti passi della Bibbia ebraica. Il primo e' un versetto di un salmo (90:4), che dice che agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che e' passato: non c'e' dubbio che questo versetto dovesse avere una notevole importanza per i primi cristiani, dal momento che esso e' citato pari pari nel Nuovo Testamento, dall'autore della Seconda lettera di Pietro (3:8): "Una cosa pero' non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno e' come mille anni e mille anni sono come un solo giorno". L'intero brano della lettera ha un contenuto decisamente apocalittico e questo fa capire che la citazione del salmo deve in qualche modo essere legata alla fine del mondo, ma come si compie questo scatto ulteriore?
Entra quindi in gioco un altro passo della Bibbia: la famosa storia della creazione del mondo in sette giorni raccontata nel primo capitolo della Genesi. Si interpreta questo capitolo in modo tale che non si riferisca solo ai primi sette giorni del mondo, ma all'intera esistenza del mondo: ai sette giorni corrispondono, come dice anche il salmo, settemila anni. Nei primi seimila Dio "lavora" e quindi mantiene in esistenza l'universo con tutte le sue tribulazioni, ma l'ultimo millennio e' quello in cui Dio si "riposa" e concede un periodo di riposo anche ai giusti che lo hanno servito per tutto il tempo precedente.
E' questo concetto che ha spinto molti a calcolare la cronologia del mondo secondo la Bibbia nel tentativo di prevedere quando sarebbero scattati i 6000 anni e sarebbe finalmente venuta la fine. E' questa idea che spinge ancora alcuni fondamentalisti a negare le datazioni dei fossili preistorici, perche' altrimenti sarebbe impossibile affermare che il mondo non ha piu' di 5000 anni.

giovedì 3 settembre 2009

Prima lezione apocalittica

Ho cominciato oggi il corso sulla letteratura apocalittica: meno studenti di quanti me ne sarei aspettati, ma quelli che c'erano si sono mostrati molto interessati e penso potrebbero formare un buon gruppo di lavoro per il futuro. Vi scrivo un po' di cosa ho parlato questa mattina in modo tale da chiarirmi un pochino le idee e vedere se avete dei suggerimenti interessanti per migliorare l'offerta formativa.
Dopo la rituale spiegazione del syllabus e dell'organizzazione generale del corso, ho pensato fosse il caso dire due parole sulla definizione di "letteratura apocalittica", per chiarire l'oggetto di studio che ci si trova davanti e accennare ad alcuni dei temi generali che trattero' in seguito.
Anche se cosa sia una "apocalisse" pare evidente a chiunque, in realta' la questione presenta molti problemi per i teologi e gli storici. Negli anni '50, uno dei piu' grandi studiosi del secolo scorso, Ernest Kasemann, in una conferenza molto provocatoria disse che "l'apocalittica era stata la madre di tutta la teologia cristiana". Nonostante questo, nel 1970, un altro tedesco, Klaus Koch, scrisse un libro dal titolo "Ratlos vor der Apokalyptik" (tradotto in italiano nel '78 come "Difficolta' dell'apocalittica", ma in realta' vuol dire "Perplessi davanti all'apocalittica") nel quale mostrava come chi parlava del genere letterario apocalittico in verita' pensasse a dottrine escatologiche e chi invece parlava di dottrine escatologiche pensava in verita' ad un genere letterario.
In questa confusione, i testi antichi non ci aiutano per niente: se infatti pensate all'Apocalisse di Giovanni (che dovrebbe essere l'apocalisse per eccellenza), la parola greca apokalypsis compare nell'intero testo una sola volta (e' proprio la prima del primo versetto: che sia il titolo?), ma quando Giovanni alla fine deve definire che cosa e' il suo libro (22:10) ci dice che si tratta di una "profezia"!
Coll'intenzione di trovare una soluzione, negli anni '70, un gruppo di studiosi americani formo' una commissione che doveva elaborare una definizione condivisa di "apocalisse", senza riferimenti a dottrine o opinioni teologiche. Il risultato fu pubblicato nel 1979 e da allora e' piu' o meno condiviso da tutti. La "apocalisse" e' un "un tipo di narrazione in cui una rivelazione e' comunicata ad un ricevente umano attraverso un mediatore sovrumano e la rivelazione riguarda una realta' trascendente che e' sia temporale (in quanto parla di una salvezza escatologica) sia spaziale (in quanto parla di un mondo altro, soprannaturale)".
Mentre stavo commentando questo punto mi e' finito il tempo: alla prossima settimana!

martedì 1 settembre 2009

Il millennio I

Tempo fa, una gentile lettrice ha chiesto qualche informazione supplementare sul tema del regno millenario e sulla sua presenza nel testo dell'Apocalisse di Giovanni. Questo e' uno degli aspetti del libro che ha piu' influenzato il successivo pensiero cristiano e che ha suscitato piu' controversie fra teologi e uomini di chiesa: per questo motivo, mi pare il caso di non ridurre la questione a una singola, breve risposta, ma di dedicare alcuni post alla cosa.
Anzitutto, bisogna dire che, rispetto al ruolo che le dottrine millenariste hanno avuto e hanno nella storia del cristianesimo, la loro presenza nell'Apocalisse non e' piu' che un breve accenno. Si tratta di pochi versetti sui quali si sono versati fiumi di inchiostro: all'inizio del capitolo 20 del nostro libro si descrive quello che accadra' dopo che le armate demoniache dell'Anticristo saranno state sconfitte da Cristo nella battaglia di Armagheddon (capitolo 19). Giovanni ci dice che un angelo scendera' dal cielo e imprigionera' il "serpente antico", il demonio, nell'inferno per un periodo di tempo limitato, 1000 anni. Dopo il millennio, il demonio sara' liberato un'ultima volta e condurra' tutte le genti della terra (Gog e Magog) contro i giusti nella battaglia definitiva.
Questi sono i tempi scanditi nell'Apocalisse, ma cosa succede durante i 1000 anni di prigionia del demonio? E perche' c'e' questo intervallo? Il testo dice (al versetto 4) che all'inizio dei 1000 anni i giusti risorgeranno, ma bisogna notare che questi giusti sono solo coloro che hanno dato la vita per non ubbidire alle imposizioni dell'Anticristo (adorarlo, ricevere il suo marchio...). La tradizione millenarista successiva ha interpretato che questa "prima resurrezione" (versetto 5) e' riservata ai soli martiri, mentre tutti gli altri dovranno rimanere morti aspettando la "seconda resurrezione" che si verifica solo dopo il millennio (versetti 12-13). Quindi i 1000 anni sono un periodo nel quale Cristo e i martiri risorti possono regnare prima della conclusione definitiva della storia che avverra' solo dopo. Questa dottrina, che viene tecnicamente chiamata "millenarismo", si appoggia anche su di un passo della Prima lettera ai Corinzi di Paolo: nel capitolo 15, al versetto 25, Paolo dice che e' necessario che Cristo regni fino ad avere annientato tutti i suoi nemici, l'ultimo dei quali sara' la morte. Da qui si deduce che il regno di Cristo deve durare per un periodo di tempo limitato (1000 anni) e che poi egli lo cedera' a Dio Padre. Questo e' tutto quello che si trova nel Nuovo Testamento: vedremo prossimamente come la dottrina si e' sviluppata nel cristianesimo antico e non.

martedì 25 agosto 2009

Anticristo IV

Penso di chiudere oggi la mia piccola serie dedicata all'Anticristo, a meno che dei lettori non presentino nuove richieste di approfondimento e mi inducano a riprendere in mano la questione. Mi pare giusto concludere parlando un po' della "fortuna" dell'Anticristo anche al di fuori dell'Apocalisse di Giovanni, visto che questa figura pressoche' mitica e' diventata quasi un elemento obbligato in tutti i secoli della lunga storia del cristianesimo. Non posso, per evidenti ragioni di spazio, parlare qui di tutta questa lunga evoluzione, ma vorrei almeno dire come la bestia dell'Apocalisse ha preso il nome di Anticristo e anche altre caratteristiche che non si trovano nel libro di Giovanni.
Ho gia' detto altrove che il nome "Anticristo" non compare nell'Apocalisse, ma solo nelle lettere di Giovanni (probabilmente non la stessa persona che ha scritto l'Apocalisse) per indicare dei maestri cristiani rivali, che l'autore considera eretici e quindi "oppositori di Cristo". Non c'e' quindi nessun significato escatologico legato al termine "Anticristo": il primo autore che usa questo vocabolo riferendolo alla bestia e' Ireneo di Lione, che commenta lungamente i capitoli 13 e 17 dell'Apocalisse alla fine del secondo secolo. Ireneo compie anche un'altra operazione molto importante, perche' associa alla bestia e all'Anticristo una figura che compare nel capitolo 2 della Seconda lettera ai Tessalonicesi. Questo e' uno scritto attribuito a Paolo, ma quasi certamente non dovuto alla sua mano, bensi' a quella di un cristiano dell'inizio del secondo secolo. Nel capitolo 2, l'autore parla di un non meglio precisato "uomo dell'iniquita'" o "figlio della perdizione" che pretenderebbe di essere adorato come Dio: egli e' l'ultimo avversario che Gesu' deve sconfiggere prima di iniziare il suo regno. Molte delle caratteristiche sono simili a quelle della bestia di Apocalisse (infatti, tutte sono prese da libri dell'Antico Testamento e in particolare da Daniele): sfruttando queste somiglianze Ireneo ha creato l'Anticristo come miscuglio di Apocalisse e 2 Tessalonicesi. La stessa linea e' poi stata seguita da quasi tutti i commentatori cristiani successivi.

domenica 23 agosto 2009

Caligola come Anticristo

Alcuni giorni fa un lettore, Paolo, ha richiesto alcune informazioni piu' dettagliate sul papiro P115 (POxy 4499) e sulla possibile identificazione della bestia di Apocalisse 13 non con Nerone, ma con l'imperatore Caligola. Scrivero' quindi brevemente sull'argomento senza entrare troppo nel tecnico, se possibile.
Come si fa a dire che la variante 616 (per il numero della bestia), che si legge in P115, e' piu' originale di quella 666? Una risposta semplice (ma in un certo senso efficace) sarebbe dire che e' piu' plausibile pensare che gli scribi abbiano cambiato 616 in 666 che non il contrario: non c'e' dubbio che 666 faccia molto piu' effetto. Ma ci sono anche delle motivazioni piu' solide. Anzitutto, va detto che l'Apocalisse e' il libro del Nuovo Testamento per il quale possediamo meno manoscritti. Cio' e' dovuto essenzialmente a due cause, una tecnica e una teologica. Dal punto di vista tecnico, Apocalisse ha sempre occupato l'ultimo posto nella raccolta e di conseguenza, per via del naturale deterioramento dei manoscritti che colpisce molto piu' le prime e ultime pagine, il nostro testo e' andato sovente perso. In secondo luogo, l'Apocalisse di Giovanni, per sua natura, e' un testo assai sovversivo: non per niente lungo tutta la storia del cristianesimo ha ispirato visionari e pazzi che hanno cercato di rovesciare piu' o meno violentemente i poteri ecclesiastici e non. Per questo motivo, il libro ha faticato non poco a entrare nel canone del Nuovo Testamento e infatti sappiamo che fino al quarto secolo e soprattutto in Oriente molti autorevoli Padri della Chiesa lo consideravano non ispirato. Il fatto che ci siano pochi manoscritti ha aiutato gli studiosi a definire con precisione quali siano i migliori: essi sono il codice Alessandrino (A) e il cosiddetto codice di Efrem "rescritto" (C). Fra questi due, C, unico fra tutti i manoscritti dell'Apocalisse, gia' aveva 616 ancor prima che P115 fosse scoperto. Da quando abbiamo il papiro, quindi, e' molto facile pensare che, se due su tre fra quelli che fanno testo dicono 616, 616 molto probabilmente e' la versione giusta.
Come viene fuori Caligola da 616? Si tratta sempre di un gioco numerologico, ma questa volta e' anche piu' semplice, perche' basta prendere il nome dell'imperatore in greco e addizionare (Gaios Kaisar: gamma=3 + alfa=1 + iota=10 + omicron=70 + sigma=200 + kappa=20 + alfa=1 + iota=10 + sigma=200 + alfa=1 + rho=100). L'ipotesi e' stata presentata per la prima volta dall'inglese Birdsall nel 2002 e si adatta anche bene, perche' Caligola non ha di certo perseguitato i cristiani, ma e' noto per essersi scontrato duramente con gli Ebrei quando, poco prima di morire, cerco' di far mettere una propria statua nel tempio di Gerusalemme.  

mercoledì 19 agosto 2009

Ancora una volta il numero della bestia e le datazioni

Con piacere mi sono accorto che l'ultimo post, dedicato al significato del numero 666, ha suscitato, come peraltro fa da secoli, una buona discussione. Mi sembra giusto aggiungere qualche commento per chiarire alcuni dei punti dibattuti.
Anzitutto, una riflessione sulla datazione dell'Apocalisse: premetto che io non sono un fanatico delle datazioni dei libri biblici, perche' si tratta di un affare molto problematico e che difficilmente raggiunge risultati accettabili. Per quanto riguarda l'autore del testo, egli e' uno dei pochi scrittori del Nuovo Testamento che dice il proprio nome (proprio all'inizio dell'opera). Ovviamente, questo non aiuta molto perche' egli poi non aggiunge altri dati biografici: la tradizione che lo identifica con Giovanni, l'evangelista e discepolo di Gesu', ha poco valore perche' appare solo molto tardi. Per quanto riguarda Babilonia, non mi pare che nessuno prenda questo nome cosi' com'e', soprattutto perche' la citta' di Babilonia in Mesopotamia, al tempo in cui viene presumibilmente scritta l'Apocalisse (diciamo i primi due secoli dopo Cristo), non ha piu' alcun ruolo storico o politico. Siccome, pero', Babilonia compare spesso nell'Antico Testamento come nemica di Israele, e' comprensibile che quel nome sia usato, come una sorta di codice, per riferirsi alla vera nemica dei cristiani, vale a dire Roma (si tenga presente anche che la grande prostituta del capitolo 17 e' si' chiamata "Babilonia la grande", ma si dice esplicitamente che questo e' un "nome misterioso" al v. 5).
Veniamo dunque all'identificazione della bestia: di certo, Nerone non e' l'unico candidato possibile. Diocleziano, che regna alla fine del terzo secolo, e' da escludere, perche' l'Apocalisse e' stata di certo scritta prima della fine del secondo secolo, quando viene citata da Ireneo di Lione. Un certo numero di studiosi sostiene che un candidato buono potrebbe essere Domiziano, che regna alcuni anni dopo Nerone: personalmente, ritengo che l'ipotesi neroniana sia piu' convincente ed elegante perche' per collegare Domiziano con il 666 si deve ricorrere a complicazioni molto piu' astruse di quella di cui ho parlato nell'ultimo post. Si tratta di una ipotesi storica e quindi per forza non sicura al 100%: la sua virtu' e' che si tratta di un'ipotesi verificabile con metodi razionali, a differenza di altre spiegazioni che dipendono da rivelazioni profetiche o mistiche, come nel caso dell'identificazione dell'Anticristo con il papa o con Obama. Adesso vi lascio, perche' questo post sta assumendo proporzioni ciclopiche, ma presto scrivero' ancora sull'argomento per soddisfare le curiosita' relative al numero alternativo 616 ed all'identificazione con Caligola.  

sabato 15 agosto 2009

Anticristo II

Come abbiamo visto in precedenza, l'autore dell'Apocalisse ricombina elementi tratti dalle antiche profezie, ma la sua attivita' letteraria non si ferma qui. E' molto importante notare che, nell'intenzione dello scrittore apocalittico, le profezie si sono compiute nel momento storico in cui egli vive e scrive la sua opera.
Questo e' vero anche nel caso della figura dell'Anticristo e ve ne propongo alcuni esempi:
1. Proprio all'inizio del capitolo 13 si dice che l'Anticristo e' una bestia "che viene dal mare": perche' questo elemento? Il mare identifica la bestia come una rappresentazione simbolica del potere imperiale di Roma: l'Apocalisse e' stata scritta nella provincia romana d'Asia (la parte piu' occidentale dell'odierna Turchia) e infatti noi sappiamo che ogni anno il governatore, il proconsole d'Asia, giungeva nella sua capitale, Efeso, in nave e, quindi, dal mare.
2. Le sette teste della bestia sono un indizio di grande importanza per la datazione dell'Apocalisse, perche' in 17:9 ci viene detto che esse rappresentano "sette colli" su cui siede la prostituta (un riferimento molto chiaro a Roma) e "sette re", di cui il sesto e' attualmente in vita, mentre i precedenti cinque sono morti. Se si contano gli imperatori romani a partire da Cesare (come si faceva nell'antichita': si pensi alle "Vite dei dodici Cesari" di Svetonio) si vede che il sesto e' Nerone, famoso per aver perseguitato duramente i cristiani. E' per questo motivo che l'Apocalisse viene da alcuni studiosi datata all'epoca neroniana: diciamo gli anni 60 del primo secolo.
3. Per finire, in 13:8, al culmine del potere della bestia, si dice che essa viene adorata dagli abitanti della terra. Molti vedono qui un riferimento alla pretesa degli imperatori di venire adorati come dei: l'Apocalisse polemizza anche altrove contro questa pratica che incomincia a diffondersi in Oriente proprio alla fine del primo secolo.
Da questi cenni si deduce che l'autore dell'Apocalisse non prevede un futuro nebuloso e lontano, ma intende descrivere simbolicamente le ingiustizie che vengono ogni giorno compiute dall'imperialismo romano.

domenica 9 agosto 2009

Anticristo I


Nel prossimo semestre dovro' insegnare un corso sulla letteratura apocalittica. Di solito questo tema trova sempre un grande interesse, tanto in Europa quanto in America: vedremo se anche questa volta il trend sara' confermato.
Di sicuro, l'Apocalisse di Giovanni affascina da sempre i lettori con il suo alone di mistero. Visto che un caro amico si e' recentemente impelagato nella lettura di un libro di Antonio Socci e ha chiesto lumi sugli scritti apocalittici, ho pensato che sarebbe utile dedicare qualche post a spiegare come funziona, dal punto di vista letterario, un libro apocalittico.
Spesso faccio l'esempio dell'Anticristo, una figura mitica che continua a interessare molti. Anzitutto, bisogna precisare un aspetto che sfugge alla maggior parte dei lettori: contrariamente a quanto si pensa, il nome "Anticristo" (letteralmente "opposto" o "oppositore di Cristo") non compare mai nell'Apocalisse di Giovanni. In questo libro, ai capitoli 13 e 17, il veggente dice di aver visto una "bestia" mostruosa che sale dal mare (13:1).
Successivamente, alla bestia e' stato dato il nome di Anticristo, prendendolo dalle lettere di Giovanni (dove, pero', ha tutto un altro significato). Oggi vorrei dire alcune cose sul modo in cui l'autore dell'Apocalisse "costruisce" questo essere mostruoso. E' facile immaginare, in modo un po' romantico, che uno scritto apocalittico sia buttato giu' di getto, magari raccogliendo al volo le frasi sconnesse di un profeta in preda a una trance. In realta', la questione e' ben piu' complicata.
Il testo (13:1-2) ci dice che la bestia ha sette teste e dieci corna: inoltre e' in parte pantera, in parte orso e in parte leone. Da dove vengono questi elementi? Nel libro di Daniele, uno scritto dell'Antico Testamento risalente alla meta' del secondo secolo avanti Cristo, al capitolo 7 sono presentate quattro bestie: una simile a un leone, una simile a un orso e una simile a un leopardo (vv. 4-6). L'ultima, e piu' mostruosa, ha dieci corna (v. 7).
Anche senza addentrarsi nel significato di queste immagini, e' assai facile vedere dove l'autore dell'Apocalisse ha preso ispirazione: ha combinato gli elementi di Daniele in una sua nuova e terribile creazione.
Questo esempio ci illustra come lavora uno scrittore apocalittico: sentendo di avere una ispirazione divina, egli prende i "pezzi" delle profezie antiche, li ricombina per creare nuove immagini e, cosi' facendo, indica quale sia il loro vero significato. Di questo parleremo nel prossimo post sull'Anticristo.