venerdì 30 ottobre 2009

La datazione di Luca e Atti I

Nei giorni scorsi alcuni lettori mi hanno chiesto di dire qualcosa sul problema della datazione della doppia opera lucana (il Vangelo e gli Atti degli apostoli): non e' che io sia un grande appassionato dei dibattiti sulla datazione dei libri biblici, ma in questo caso si tratta di un argomento di una certa importanza e quindi meritevole di qualche spiegazione.
Personalmente, ammetto fin da subito che la mia opinione in merito dipende non da studi miei propri, ma dalla lettura, sorprendente e convincente, che ho fatto qualche tempo fa del volume di Richard Pervo dal titolo Dating Acts: Between the Evangelists and the Apostles (Santa Rosa CA: Polebridge 2006). Il volume contiene un'argomentazione molto dettagliata che induce in modo irrefutabile a concludere che gli Atti degli apostoli sono stati scritti all'inizio del secondo secolo, in contemporanea con le lettere Pastorali e alcuni scritti dei Padri apostolici (Ignazio e la 1 Clemente, soprattutto). Non mi e' possibile riprendere qui l'intera argomentazione di Pervo, ma vi illustro solo un esempio che da' una buona idea della forza del suo ragionamento.
Nel capitolo 5 degli Atti, viene raccontata una seduta del Sinedrio nella quale Gamaliele chiede di liberare gli apostoli che sono sotto accusa (vv. 34-39). Nel suo discorso Gamaliele cita due esempi: al v. 36 nomina Teuda, di cui si sa che condusse un movimento di protesta represso nel sangue durante il governatorato di Cuspio Fado (44-46 e.v.). Nel versetto seguente Gamaliele dice che "dopo questo (meta touton)" venne Giuda il Galileo "al tempo del censimento", che e' il censimento di cui sappiamo gia' dall'inizio del Vangelo di Luca e che avvenne nel 6 e.v. Abbiamo qui una confusione cronologica totale, ma come spiegarla?
E' presto fatto se si da' un'occhiata al libro ventesimo delle Antichita' giudaiche di Flavio Giuseppe: qui, ai paragrafi 98-102, lo storico cita nella stessa successione (ma senza confusione cronologica) Teuda e Giuda il Galileo. La conclusione (quasi assolutamente certa) e' che Luca abbia copiato, e in maniera alquanto distratta, da Giuseppe. Il dato essenziale e' che le Antichita' giudaiche non furono ultimate prima del 100 e.v. e quindi gli Atti degli apostoli (almeno nella forma in cui li conosciamo) devono essere stati scritti nel secondo secolo.
In un prossimo post le conseguenze di questa datazione per la valutazione dell'affidabilita' storica degli Atti.

giovedì 29 ottobre 2009

Ludemann e il "manicomio cristologico"

Su Bible and Interpretation fa la sua apparizione un nuovo articolo di Gerd Ludemann (da me gia' presentato altrove) dal titolo "Liberated from the Christological Madhouse (Liberati dal manicomio cristologico)". A causa di alcune discussioni che ho avuto negli ultimi giorni, mi sembra il caso di commentare brevemente il contributo del grande studioso tedesco.
L'articolo, che certo brilla per chiarezza e sinteticita', si apre con una densa descrizione del modo in cui i cristiani hanno interpretato la Bibbia ebraica: praticamente tutto quello che si legge la' veniva considerato profezia e prefigurazione di Gesu' Cristo e della Chiesa. Queste lettura, e appropriazione, del testo sacro ebraico e' rimasta prassi normale dei cristiani fino all'eta' moderna. Successivamente, l'avvento del metodo storico-critico ha permesso di capire che gli autori della Bibbia ebraica non sapevano niente della "cristologia" e che le esegesi cristiane andavano respinte come forzature. Ludemann non ha certo peli sulla lingua (ringrazia senz'altro il metodo storico-critico per averci "liberati dal manicomio cristologico"), ma non aggiunge molto di nuovo: cita, ad esempio, il famoso caso di Isaia 7:14, in cui il profeta annuncia la nascita di un bambino da una "giovane donna" (almah) e non da una vergine (bethulah). Su questo ricordo una divertentissima esegesi di Gerolamo (uno dei pochi grandi interpreti cristiani che sapeva qualcosa di ebraico), che si arrampica sui vetri per spiegare che Isaia non intendeva quello che e' scritto nel testo.
Ludemann come al solito va nella giusta direzione, ma le sue conclusioni mi lasciano sempre vagamente insoddisfatto. Mi sembra che, quando parla del metodo storico-critico, lui pensi che solo quello e' "vero" e "giusto": si tratta di una forma di positivismo che, come dicevo l'altro giorno a lezione, rischia di generare solo un altro tipo di fondamentalismo. Secondo me, la superiorita' del metodo moderno va ricercata altrove. Se voglio dire qualcosa sul significato di bethulah usando il metodo storico-critico devo argomentare indicando una fonte qui, un documento la' e cosi' via: il tutto deve essere verificabile e aperto alla discussione. La lettura cristologica, invece, si fonda su una rivelazione (di Dio, dello Spirito, del papa o cosi' via): il tutto e' molto soggettivo e in fin dei conti autoritario. Cio' non vuol dire che le analisi teologiche siano "false", ma la mia preferenza va al metodo storico-critico, perche' alla fine e' il piu' democratico.

martedì 27 ottobre 2009

Lezione apocalittica sulla storia dell'Anticristo



Un caro amico, e grande studioso di letteratura cristiana antica, il prof. Marco Rizzi della Cattolica di Milano e' passato a trovarci diretto a Filadelfia dove deve partecipare ad un convegno. Ne ho approfittato per fargli tenere agli studenti del mio corso apocalittico una lezione sulla figura dell'Anticristo e sulla sua "creazione" da parte dei Padri della Chiesa. Rizzi ha studiato a lungo questo essere cosi' importante nell'immaginario cristiano e alcuni anni fa ha iniziato, con Gianluca Podesta', la pubblicazione, per i tipi della Lorenzo Valla, di una raccolta di testi nei quali si vede l'evoluzione dell'Anticristo dall'antichita' fino all'epoca tardo medievale.
Rizzi sostiene un'interessante testi, in netta controtendenza rispetto alla maggioranza degli studiosi delle origini cristiane: per lui, l'Anticristo, come nemico "finale" dei cristiani, e' una creazione della fine del secondo secolo. In effetti, nel Nuovo Testamento il termine Anticristo non e' mai usato per indicare l'avversario escatologico, nemmeno nell'Apocalisse di Giovanni in riferimento alla bestia del capitolo 13. Solo nella Prima lettera di Giovanni troviamo il greco antichristos, ma Rizzi spiega molto bene che in 2:18-22 gli "anticristi" non hanno alcun significato escatologico, ma sono solo usati per indicare gli oppositori dell'autore della lettera.
L'Anticristo diventa quello che conosciamo solo nel quinto libro dello scritto Contro le eresie di Ireneo di Lione: questo vescovo da' una sistemazione della dottrina escatologica cristiana con tempi e modi ben stabiliti, con l'evidente intento di associare la minaccia dell'Anticristo a quelli che lui considera eretici (gnostici, marcioniti, ebrei e via dicendo). La cosa non e' affatto difficile da credere perche' Ireneo fu una figura fondamentale, capace di creare elementi che poi sarebbero rimasti fondamentali per il cristianesimo: ad esempio, l'idea della "successione apostolica", per cui la vera dottrina sarebbe stata trasmessa da Cristo agli apostoli e da loro ai vescovi con una purezza originaria che gli eretici sarebbero venuti a contaminare solo in un secondo momento.
Rizzi ha concluso ricordando come, dopo Ireneo, l'Anticristo sia rimasto una figura ineliminabile, associato ai personaggi piu' vari (papi, imperatori, Lutero, aziende di computer...) quando si voleva metterli in cattiva luce o spesso anche per giustificare violenze di ogni genere, intellettuali e anche fisiche. Non e' molto bello constatare che, nella polemica non solo religiosa, l'uso di affibbiare designazioni "ereticali" di questo tipo sia rimasto ancora ben vivo, quando si pensa che sia meglio far fuori un avversario senza rischiare un vero confronto o una vera discussione.

giovedì 22 ottobre 2009

L'origine della sigla Q

Disclaimer: Ci sono dei momenti, nella professione dello storico, in cui si e' presi come da un demone che conduce ad occuparsi di questioni minute e alla fine di nessuna importanza. Questi raptus possono essere causati dagli eventi piu' diversi, ma generalmente sfociano in gran perdite di tempo e noia per i lettori. Confesso di essere stato preda, oggi, di uno di questi momenti di eccitazione e ne riporto qui il prodotto. Vi avverto, tuttavia, gentili lettori, che questo post avra' un tono tutto diverso dal solito e che, se alla fine sarete annoiati a morte, io declino ogni responsabilita'.
Alcuni giorni fa, quando ho scritto sulla questione sinottica, un lettore, Luca, ha simpaticamente sollevato il problema dell'origine della sigla Q. La cosa non e' affatto mera "pignoleria", ma un'ottima osservazione perche' troppo spesso in questo lavoro capita di ripetere acriticamente cose sentite da altri senza averci dato un'occhiata di persona. Per questo motivo, ho pensato di dare una scorsa alle fonti ed ecco il risultato.
Luca giustamente osserva che esiste (o e' esistito) un dibattito sull'origine della sigla Q e rimanda ad una nota (3 pagine) di J.J. Schmidt apparsa nel "Journal of Biblical Literature" del 1981. Benissimo, ma vorrei rilevare che, proprio alla fine della suddetta nota, lo stesso Schmidt dichiara candidamente che la questione su cui egli ha scritto era stata gia' risolta da Frans Neirynck in un articolo pubblicato nel 1978 nelle "Ephemerides Theologicae Lovanienses" (titolo "The Symbol Q", pagine 119-125). Neirynck dimostra, con grande erudizione devo dire, che il primo a usare Q e' stato Johannes Weiss in un articolo del 1890 apparso nei "Theologische Studien und Kritiken" (titolo "Die Verteidigung Jesu gegen den Vorwurf des Bundnisses mit Beelzebul - L'apologia di Gesu' contro l'accusa di essersi alleato con Belzebul", pagine 555-569): Weiss usa Q per indicare i passi comuni a Matteo e Luca e pare certo che consideri la sigla un'abbreviazione di "Quelle". Neirynck suggerisce anche che Weiss avrebbe potuto ispirarsi a un libro del 1880 di Eduard Simons ("Hat der dritte Evangelist den kanonischen Matthaus benutzt? - Il terzo evangelista ha usato il Matteo canonico?"), che aveva usato Q in modo non continuo. La cosa e' illustrata anche da John S. Kloppenborg Verbin, "Excavating Q. The History and Setting of the Sayings Gospel", pagina 330, nota 2.
Per quanto riguarda l'ipotesi "inglese" sollevata da Lightfoot, il grande studioso britannico afferma di aver sentito dire che J.A. Robinson aveva detto di aver usato la sigla Q in alcune lezioni tenute a Cambridge nei primi anni '90 dell'Ottocento. La testimonianza appare assai sospetta perche' Robinson non usa mai Q nel suo libro del 1902 e negli altri lavori dei primi del Novecento. A mio parere la cosa puzza molto del solito snobismo inglese per cui gli abitanti delle isole britanniche devono essere sempre stati i primi ad inventare tutto dalla ruota fino al computer.
Mi sembra che l'origine tedesca di Q e la sua derivazione da Quelle rimanga l'ipotesi piu' plausibile, ma ancora grazie a Luca per avermi regalato una mezzora di divertimento questo pomeriggio.

martedì 20 ottobre 2009

Il progetto per una Bibbia conservatrice

Fa molto discutere in questi giorni qui sull'altra sponda dell'oceano la proposta di scrivere una nuova traduzione della Bibbia di impronta conservatrice (legata all'alternativa conservatrice a Wikipedia, la molto seguita Conservapedia). L'idea nasce dal fatto che alcuni, chiaramente molto conservatori, trovano le traduzioni attualmente circolanti troppo "liberali" (attenzione che qui "liberale" non ha il senso che ha da noi, ma vuole dire suppergiu' qualcosa di simile al nostro "progressista").
Non c'e' dubbio che la cosa sia fatta con un certo rigore: per esempio, i traduttori avrebbero deciso di eliminare tutti quei passi che non sarebbero filologicamente autentici, ma che rimangono ormai per abitudine inveterata in tutte le Bibbie. E' il caso, di cui ho gia' parlato qui, della conclusione del Vangelo di Marco e della pericope dell'adultera in Giovanni (anche se, in questo secondo caso, i motivi per eliminarla sono anche ideologici, perche' si dice che non si puo' accettare un Gesu' che permette un comportamento immorale come l'adulterio).
Ovviamente, pero', in un progetto di questo tipo, molte delle scelte sono chiaramente dettate dall'ideologia: per esempio, ci si lamenta del fatto che nelle traduzioni correnti siano usati troppo spesso i termini "compagno" e "lavoratore", che puzzano un po' troppo di "socialismo" (questa e' l'accusa piu' grave che si puo' lanciare ad un politico americano di sinistra e viene usata un po' come Berlusconi usa il termine "comunista": naturalmente, quest'ultimo non e' nemmeno contemplato dal lessico politico americano). Per lo stesso motivo, la traduzione dovrebbe mettere in risalto il "contenuto di libero mercato" delle parabole di Gesu'. La conclusione e' che spesso e volentieri si rasenta il ridicolo, ma i temi possono essere anche piu' seri: in Mc 6:22, ad esempio, la parola greca (korasion), che viene normalmente tradotta "ragazza" o "fanciulla", viene resa come "bambina" in modo tale che Erode sia identificato come un pedofilo e che sia ancora piu' chiaro il carattere depravato della sua figura (come se il fatto di far decapitare della gente per aver visto ballare una "ragazza" fosse una cosa da nulla!).
In conclusione mi sembra che questo sia uno dei soliti tentativi di adattare il testo biblico ai propri interessi e alle proprie idee. Ma non c'e' nulla di cui meravigliarsi: magari in questo caso il tentativo e' piu' sfacciato o piu' goffo, ma in realta' tutti gli esegeti o i traduttori hanno fatto questo da quando la Bibbia esiste. Infatti la Bibbia e' tanto lontana dalla nostra mentalita' e tanto incomprensibile che non si puo' fare altro per renderla accettabile e utilizzabile ai nostri giorni.

domenica 18 ottobre 2009

Q e la questione sinottica

Sui rispettivi blog James McGrath e Mark Goodacre hanno in questi giorni discusso uno dei problemi piu' classici dell'intera ricerca sul Nuovo Testamento, la famigerata "questione sinottica".
Poche parole per descrivere questo problema storico che assilla gli studiosi da piu' di duecento anni: tutti voi saprete che, se leggete il Nuovo Testamento, salta all'occhio il fatto che tre dei Vangeli (Matteo, Marco e Luca) presentano una trama e spesso anche dei passi quasi completamente uguali. E' proprio per questa evidente somiglianza che i tre Vangeli sono chiamati "sinottici". Gia' dal Settecento, gli storici che si sono impegnati a scrivere una storia del Nuovo Testamento hanno cercato di capire chi dei tre fosse il piu' antico e quale avesse copiato dagli altri. Alla fine dell'Ottocento, gli studiosi tedeschi hanno proposto una teoria, che viene chiamata "bifontica" e che viene ormai oggi accettata da quasi tutti. Secondo questa teoria, i tre sinottici deriverebbero da due fonti: la prima e' Marco, che quindi sarebbe il piu' antico dei Vangeli e il cui materiale sarebbe stato usato da Matteo e Luca per dare una struttura ai loro racconti. Chiunque si sara' pero' accorto che Marco e' molto piu' corto degli altri due e che Matteo e Luca hanno molti passi quasi del tutto uguali che non possono derivare da Marco. Per risolvere questo problema si e' ipotizzato che esistesse un'altra fonte utilizzata indipendentemente da Matteo e Luca e chiamata Q (il nome deriva dalla parola tedesca "Quelle", che vuole dire appunto "fonte").
Come detto questa spiegazione non ha soddisfatto tutti: in particolare, Goodacre e' forse l'avversario piu' significativo, perche' ha di recente pubblicato un libro ("The Case Against Q") in cui sostiene con molti argomenti una teoria alternativa. Secondo Goodacre, Luca avrebbe avuto davanti sia Marco che Matteo e quindi non ci sarebbe bisogno di pensare all'esistenza di Q. Questa spiegazione ha alcuni pregi, specialmente quello di far capire come mai, in alcuni passi minori, Matteo e Luca vadano d'accordo contro Marco (questo e' il tallone d'Achille della teoria bifontica che presuppone che Matteo e Luca abbiano usato Marco e Q indipendentemente uno dall'altro).
La mia opinione, tuttavia, e' che Goodacre, per risolvere questo problema minore, ne apra pero' altri enormi: soprattutto quello relativo alle due storie sulla nascita di Gesu' che sono completamente diverse in Matteo e Luca. Se Luca aveva davanti a se' il testo di Matteo e' davvero difficile capire come mai abbia deciso di scrivere un racconto che non ha proprio nulla di simile a quello che leggeva nel testo che gli e' servito da base.

martedì 13 ottobre 2009

Ellenizzazione del cristianesimo IV

Proseguo lentamente l'ascolto degli interventi della settimana biblica italiana 2009, dedicata al tema dell'ellenizzazione del cristianesimo. Questa volta tocca al prof. Claudio Gianotto, dell'Universita' di Torino, che presenta un argomento da lui molto studiato negli ultimi anni: la figura di Giacomo, il fratello del Signore.
Questo personaggio sara' probabilmente ignoto alla maggioranza dei lettori italiani, perche' il dogma cattolico della verginita' di Maria ha fatto si' che la sua esistenza sia stata praticamente dimenticata nel nostro paese. In realta', pero', Giacomo e' esistito eccome e certamente era il fratello di Gesu' di Nazaret (probabilmente anche lui figlio di Giuseppe e Maria): e' interessante notare che Giacomo e' sparito quasi completamente dai Vangeli canonici. L'unico passo in cui egli e' ricordato e' Mc 6:3, in cui compare all'inizio di una lista di fratelli di Gesu' ben noti a Nazaret (si noti che nei passi paralleli tanto Matteo quanto Luca hanno opportunamente eliminato questo riferimento). Si deve anche dire che Giacomo deve essere divenuto una figura di tutto rispetto nella comunita' cristiana di Gerusalemme dopo la morte di Gesu': per esempio, negli Atti degli apostoli (capitolo 15), quando Paolo va a Gerusalemme per partecipare al cosiddetto "concilio apostolico", chi parla per tutti e in effetti prende le decisioni e' appunto Giacomo.
Ovviamente, Giacomo ha lasciato il suo segno anche nel Nuovo Testamento: fra le lettere cosiddette "cattoliche" ce n'e' infatti una attribuita proprio a Giacomo. Questo scritto e' sempre stato poco studiato, soprattutto in ambito protestante, perche' Lutero l'aveva definita "una lettera di paglia". Il grande riformatore se la prendeva perche' Giacomo si oppone chiaramente a Paolo e al fatto che Paolo insegnasse ad abbandonare la Legge mosaica (si prenda, ad esempio, il versetto 18 del capitolo 2: "Tu hai la fede e io le opere: mostrami la tua fede senza le opere e io con le mie opere ti mostrero' la mia fede"). Oggi che gli studiosi hanno abbandonato alcuni pregiudizi e che non si pensa piu' che Paolo abbia detto la parola definitva sul cristianesimo, la lettera di Giacomo e' tornata al centro dell'attenzione e gli sviluppi sono molto interessanti. Di sicuro, e' un testo che da' fastidio a chi oppone ellenizzazione e rispetto della Legge ebraica: Giacomo infatti scrive un greco migliore di quasi tutti gli altri autori del Nuovo Testamento, ma comunque rimane assolutamente osservante.

domenica 11 ottobre 2009

L'apocalittica nella politica americana


Mi capita spesso di parlare, durante il corso, del ruolo che i testi apocalittici hanno ancora oggi nel dibattito pubblico: so che per il lettore italiano potrebbe apparire strano, ma so anche che gli studenti di qui non hanno nessun problema a comprendere la cosa.
Per dimostrare a quale punto di follia puo' arrivare l'uso delle immagini apocalittiche, vi consiglio di guardare il dipinto riportato qui sopra, che ho scovato ieri su di un blog. Se in piu' seguite questo link potete arrivare al sito del "pittore" nel quale il dipinto appare piu' grande e in cui, cliccando sulle diverse figure, si possono vedere i nomi di ciascuna e delle brevi spiegazioni.
Il dipinto serve a rappresentare uno dei piu' grandi "miti" politici dell'America di oggi: il fatto che gli USA sarebbero la nazione "cristiana" per eccellenza. E' per questo che Gesu', al centro della scena, indica al bambino la costituzione americana (ma si badi bene che si tratta di un vero e proprio mito perche' i padri fondatori - Washington, Jefferson e compagnia bella - erano tutti dei deisti e in effetti per gli evangelici di oggi non sarebbero altro che degli atei).
L'intreccio di religione e politica qui e' totale: infatti, a destra e a sinistra di Gesu', non si vedono solo i padri fondatori di cui si e' detto, ma anche dei soldati che rappresentano le sante guerre combattute dagli USA e una serie di presidenti che disegnano un vero e proprio riassunto della storia, tipico delle apocalissi (da notare che i presidenti, tranne Kennedy, sono tutti repubblicani e che il piu' in vista e' ovviamente Reagan).
Dico che il dipinto e' molto apocalittico, perche', se si osserva bene la disposizone dei personaggi, e' facile fare un paragone con molti quadri classici in cui e' stato immaginato il giudizio universale (soprattutto la parte bassa mi pare ricordi molto la parte bassa del giudizio di Michelangelo nella cappella Sistina). Nell'angolo in basso a sinistra ci sono tutti coloro che sono condannati: non a caso, il primo, che si copre il viso con le mani, e' un giudice della Corte Suprema, che secondo il pittore avrebbe apportato gravi danni alla nazione con le sue decisioni (si deve immaginare che ci si riferisca alle varie decisioni sul diritto all'aborto o sull'eguaglianza di diritti per le minoranze). Questo e' il particolare piu' apocalittico, perche' l'orologio del giudice segna le 11.59 per far capire che non c'e' piu' molto tempo. Attorno a lui si stringono gli altri dannati: un politico, un avvocato, una donna che lavora per le televisioni tutte di sinistra (la favola e' diffusa anche da questa parte dell'Atlantico), la donna che pensa di abortire e il professore con in mano una copia della "Origine della specie" di Darwin. Appena dietro il professore (che si crede uguale a Dio!) si intrufola, dulcis in fundo, Satana stesso (che pero' a me sembra un po' l'imperatore malvagio di Guerre stellari).

giovedì 8 ottobre 2009

Papiri magici

Oltre al corso apocalittico, in questo semestre insegno anche un corso di papirologia e la cosa mi da' molta soddisfazione: gli studenti sono pochi (il corso e' molto pratico), ma mi sembra che seguano con molto interesse le lezioni. Per oggi avevano assegnato come "compito" la ricerca di un papiro "cristiano" e due studentesse hanno "pescato" due pezzi davvero interessanti.
Il primo e' un papiro magico dei piu' classici (potete vedere una bella foto qui), perche' doveva, nel VI/V secolo, essere un piccolo amuleto che si portava addosso. Inizia con le lettere greche chi-mi-gamma che stanno per Christon Maria genna, che significa "Maria genera Cristo", e prosegue con una serie di invocazioni di misteriosi nomi divini che non sono altro che imitazioni di nomi di Dio in ebraico (una lingua che doveva sembrare particolarmente esotica e "magica" ai Greci del tempo). Ecco il testo: "Oroforfor, Iao, Sabaot, Adonai, Eloe, Salaman, ti incanto, scorpione artemisio, 315 volte. Proteggi questa casa con tutti quelli che ci vivono da ogni male, da ogni fattura, dagli spiriti dell'aria e dall'occhio umano, dalla sofferenza terribile e dai morsi dei serpenti e degli scorpioni. In nome del Dio altissimo - namzmenzaurouroaaaaabaichooooo - proteggi. O Signore, figlio di Davide nella carne, nato dalla santa vergine Maria, tu, Santo e Altissimo tra gli dei, dallo Spirito Santo. Onore a te, re celeste. Amen". Un bellissimo esempio di magia in cui si vede chiaramente il miscuglio fra cristianesimo e altre tradizioni religiose (particolarmente belli sono i disegni cristiani alla fine del papiro, con croci, alfa e omega e anche la famosa scritta ichthus = "pesce", che vuol dire "Gesu' Cristo, Figlio di Dio, Salvatore").
Il secondo papiro e' anche piu' significativo del primo: si tratta sempre di un testo del IV secolo che dice: "Santa Trinita', santa Trinita', santa Trinita', per intercessione dei santi martiri io prego il Signore, perche' perfino l'angelo sa della mia sofferenza. Cosi' testimonia del fatto che Teodosio ha un animo tirannico. Ho sofferto moltissimo come conseguenza del suo modo di fare tirannico, senza trovare aiuto se non nella forza che viene dal Signore e la testimonianza che mi viene dai santi. Per loro intercessione io mi rifugio in te e piangendo guardo alla tua santita' per vedere la tua potenza: quante malefatte mi ha fatto! Perche' ho sofferto moltissimo per mano sua. Signore, non disprezzare questa preghiera e non stare al suo fianco, di questo Teodosio, che ho menzionato prima. Ma non abbandonarmi perche' tu solo sei Dio, nel Figlio, nel Padre e nello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen, Amen, Amen, Amen. Signore, Signore, Signore..."
Una studentessa ha paragonato questa preghiera ad un salmo: ma cosi' ci fa in una collezione di papiri magici? La verita' e' che impossibile definire cosa sia la magia, perche' ognuno la interpreta come il contrario della propria idea di religione: chi ha raccolto i papiri greci magici all'inizio del Novecento era tedesco e luterano, quindi tutto quello che puzzava un po' di cattolico l'ha messo nella categoria di magia.

martedì 6 ottobre 2009

Il Vangelo di Tommaso


Alcuni giorni fa Marc Goodacre ha postato sul suo podcast (sempre molto interessante e molto british) una breve lezione sulla scoperta del Vangelo di Tommaso. Mi pare il caso di dire qualcosa anche qui, visto che il Vangelo di Tommaso ha avuto una influenza profondissima sugli studi del Nuovo Testamento negli ultimi cent'anni.
Goodacre parla della scoperta del primo frammento greco di Tommaso avvenuta quasi cent'anni fa in Egitto per opera dei due piu' famosi papirologi della storia, gli inglesi Bernard Grenfell e Arthur Hunt. La storia e' degna di essere raccontata anche perche' ci fa immaginare un periodo in cui l'egittologia e la papirologia erano ancora discipline agli albori e ogni nuova scoperta aveva il profumo della rivelazione. Grenfell e Hunt scavarono per diverse stagioni fra il 1897 e gli anni '10 del Novecento sul luogo oggi completamente abbandonato in cui anticamente sorgeva la citta' di Ossirinco e furono fortunatissimi, perche', quando si trovarono davanti una montagna di rifiuti abbandonati ai margini della citta', scoprirono che la montagna intera era costituita da frammenti di papiro buttati li' fra il secondo e il terzo secolo della nostra era. Ne riempirono decine di casse che poi furono trasportate in Inghilterra, dove i papirologi stanno ancora oggi lavorando alla decifrazione e alla pubblicazione.
Pare che nei giorni in cui la "raccolta" era piu' fruttuosa Grenfell e Hunt passassero la notte intera a dare una prima occhiata ai mucchi di papiri dopo aver speso l'intera giornata a dirigere i lavori. E' in una di queste notti che dobbiamo immaginarci uno dei due che getta lo sguardo sul frammento riprodotto qui sopra e nota la parola greca karphos (che si legge abbastanza bene alla fine della seconda riga). Questo termine significa "pagliuzza" ed e' piuttosto raro in greco, tanto che, leggendo anche il resto, i due si accorsero che il testo riporta pari pari la famosa storia della trave e della pagliuzza nell'occhio che si legge in Mt 7:3-5 e Lc 6:41-42. Grande felicita' perche' Grenfell e Hunt cercavano proprio papiri biblici (questo fu il primo che pubblicarono), ma leggendo piu' avanti si accorsero anche che il testo successivo dice: "Se non digiunate dal mondo, non troverete il regno del Padre. Se non osservate il Sabato come Sabato, non vedrete il Padre". Che cos'e' questo miscuglio di Vangeli e altre strane frasi attribuite a Gesu'? Era nato il mistero del Vangelo di Tommaso.

sabato 3 ottobre 2009

Il Nuovo Testamento e Qumran: 7Q5


Alcune settimane fa ho promesso ad un amico che avrei scritto qualcosa sulla relazione, sempre molto discussa, fra i rotoli di Qumran e il Nuovo Testamento. Mi pare giusto iniziare dalla questione che, almeno fra il pubblico piu' vasto, ha ottenuto piu' risonanza: fra gli scritti depositati nelle grotte prima del 68 della nostra era si sono trovati frammenti dei Vangeli? La risposta e' no: la maggioranza dei testi ritrovati sono in ebraico o aramaico e sono stati scritti da una comunita' di ebrei che non sapeva nulla ne' di Gesu' ne' del cristianesimo. In una delle grotte (la settima) sono stati ritrovati alcuni frammenti di papiro scritti in greco, uno dei quali (tecnicamente chiamato 7Q5) alcuni anni fa ha suscitato un po' di scalpore.
Negli anni '70 un gesuita spagnolo, padre Jose' O'Callaghan, esperto di papirologia, sostenne che nel piccolo frammento che vedete nell'immagine qui sopra si dovevano leggere due versetti del Vangelo di Marco (per la precisione Mc 6:52-53). La proposta, che al momento non aveva ottenuto grandi consensi, e' stata poi riproposta ed e' ora uno dei cavalli di battaglia dei movimenti cristiani conservatori che vorrebbero dimostrare che i Vangeli (in questo caso, Marco) sono stati scritti il piu' possibile vicino alla vita di Gesu' e magari anche da testimoni oculari degli eventi.
Purtroppo, l'ipotesi di O'Callaghan e' molto fragile per vari motivi e posso dire che oggi quasi nessun studioso serio la condivide. Anzitutto, le lettere leggibili sono solamente 20 e questo rende l'identificazione estremamente aleatoria (le stesse lettere nello stesso ordine potrebbero in effetti appartenere anche ad altri passi di altri libri). Inoltre, se si vuole che il papiro, cosi' com'e', corrisponda a Mc 6:53 bisogna ipotizzare che le parole "fino a terra" siano cadute, ma questo vuol dire davvero arrampicarsi sui vetri, dal momento che nessun manoscritto di Marco manca di queste parole.
Una piccola nota di colore per concludere: una decina di anni fa un mastro carpentiere impiegato a DisneyWorld, Ernest Muro, osservando i frammenti di papiro della grotta 7 (ma non 7Q5), noto' che le fibre avevano disegni e scanalature simili. Questo lo condusse a capire che molti frammenti venivano da uno stesso rotolo, che doveva contenere niente meno che una versione greca del Primo libro di Enoch! C'e' quindi una buona possibilita' che 7Q5 non sia il Vangelo di Marco, ma una delle visioni di cui ho gia' parlato altrove.

giovedì 1 ottobre 2009

Dopo Cristo o era volgare?

Ho letto oggi un simpatico articolo di Bob Cargill, di UCLA, apparso su Bible and Interpretation. L'autore chiede a tutti i lettori di adeguarsi a quello che ormai e' stato gia' fatto sistematicamente dalla maggioranza degli studiosi anglosassoni che non sono legati ad alcuna confessione religiosa: abbandonare definitivamente le vecchie diciture BC ("before Christ", che corrisponde al nostro "avanti Cristo") e AD ("Anno Domini", che corrisponde al nostro "dopo Cristo") per adottare le nuove sigle BCE ("before the common era") e CE ("common era") come avviene ormai in tutte le pubblicazioni scientifiche. La scelta sarebbe giusta per molte ragioni che Cargill espone assai chiaramente, ma, per chi scrive in italiano, esiste effettivamente un problema speciale: mentre BCE e CE sono abbastanza belle e suonano anche bene, le alternative italiane ("avanti l'era volgare" e "era volgare", cioe' a.e.v. e e.v.) sono abbastanza bruttine (ovviamente, non bisogna credere, come mi era accaduto uno volta con uno studente, che "volgare" voglia essere offensivo, ma vuol semplicemente dire "comune" come quando si parla del "volgare di Dante").
Di certo, Cargill ha ragione quando ricorda che contare gli anni in "prima" e "dopo Cristo" non ha nessun senso, dal momento che i Vangeli non danno una datazione coerente per la nascita di Gesu' e che comunque essa non corrisponderebbe al fantomatico "anno zero". Come sapete, i Vangeli canonici hanno due versioni completamente diverse della nascita di Gesu', quella di Matteo e quella di Luca. Il primo ci dice che Gesu' sarebbe nato prima della morte di Erode, avvenuta nel 4 avanti Cristo. Luca, al contrario, fa coincidere la nascita con il famoso censimento di Quirinio che invece avvenne nel 6 dopo Cristo. Ci rimane quindi una forbice di almeno 10 anni.
Comunque, l'argomento piu' forte di Cargill e' senz'altro il fatto che, eliminando le vecchie diciture, si eliminerebbe anche uno degli aspetti piu' odiosi dell'imperialismo culturale cristiano, vale a dire il desiderio di colonizzare il tempo di tutto il mondo facendo sembrare che tutto quello che e' accaduto "prima di Cristo" ha avuto senso solo perche' era una preparazione a questo grande evento.
Tutto sommato, penso che seguiro il consiglio anche su questo blog e cerchero' di abituarmi alle due nuove sigle a.e.v. e e.v.