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martedì 10 maggio 2011

Q e il rasoio di Occam


In un interessante post sul blog "Rationally Speaking", Massimo Pigliucci riflette sui limiti dell'impiego del "rasoio di Occam" nelle scienze. In particolare, Pigliucci menziona la "tesi di Duhem", un filosofo della scienza francese, il quale osservo' che un'ipotesi scientifica non pouo' essere immediatamente falsificata da un singolo esperimento. Di contro al famoso principio popperiano della falsificabilita' delle singole affermazioni scientifiche, Duhem sostiene che, se un esperimento non fornisce i risultati che ci si sarebbe aspettati, cio' non smentisce necessariamente l'ipotesi per cui l'esperimento era stato organizzato, ma il problema potrebbe invece essere legato ad una delle numerose altre ipotesi che sono connesse, come sfondo generale, a quella principale.
Ho riflettuto un po' sulla possibile applicazione di questo principio nell'ambito della ricerca storica. Naturalmente, quando si parla di "rasoio di Occam" nell'ambito della ricerca neotestamentaria il primo riferimento che viene alla mente e' quello della questione sinottica. Gli oppositori di Q sostengono quasi sempre che il "rasoio" dovrebbe "tagliare via" la fonte Q, perche' le altre ipotetiche soluzioni non devono ricorrere a postulare l'esistenza di un'entita' di cui non si sa nulla (Q appunto) e quindi sono piu' parsimoniose dell'ipotesi bifontica. Tuttavia, anche i sostenitori di Q si appellano a Occam, quando osservano che le ipotesi alternative devono postulare talmente tante complicazioni redazionali e letterarie che queste soluzioni risultano assai meno "semplici" di quanto non appaiano.
Certo, non e' questa la sede per risolvere l'interminabile discussione, ma la tesi di Duhem offre una prospettiva che non viene usualmente presa in considerazione. Le varie ipotesi sinottiche sono strettamente connesse ad altre ipotesi storiche: prendiamo, per partire da un esempio relativamente semplice, quello delle relazioni fra problema sinottico e ricostruzione filologica del Nuovo Testamento (potete trovare una trattazione di Peter Head molto piu' approfondita qui). In diversi passi dei Vangeli di Matteo e Luca (il piu' celebre e controverso e' certamente Mt 26:68) il testo e' usualmente ricostruito in una forma che avvicina Matteo e Luca contro Marco e crea grossi problemi ai sostenitori della teoria bifontica (per cui uno dei principi fondamentali e' che Matteo e Luca hanno rielaborato Marco e Q indipendentemente uno dall'altro). Ovviamente, applicando il criterio suggerito da Duhem, si potrebbero eliminare questi accordi "scomodi" privilegiando i pochi testimoni che differenziano Matteo da Luca e attribuendo le somiglianze all'intervento di copisti che hanno "armonizzato" (come in effetti accade spesso nella tradizione dei tre Sinottici) i testi dei Vangeli fra loro.

lunedì 8 novembre 2010

Vangeli "ritrovati"


La scorsa settimana, nel mio corso su Q, ho provato a leggere con gli studenti, tanto per uscire dalla solita discussione Kloppenborg vs. Goodacre, un articolo pubblicato nel 2008 da Matthias Klinghardt con il titolo "The Marcionite Gospel and the Synoptic Problem: A New Suggestion" ("Il Vangelo marcionita e il problema sinottico: un nuovo suggerimento").
Klinghardt, che e' professore di teologia biblica all'universita' di Dresda, prende le mosse da suoi lavori sul Vangelo di Marcione, che viene solitamente concepito come una copia adulterata dal Vangelo di Luca. Questo e' in effetti quanto ci viene detto dagli eresiologi anti-marcioniti, ma Klinghardt ritiene, riprendendo una antica tradizione storiografica, che la questione andrebbe riesaminata e il giudizio ribaltato. In realta', Tertulliano, che ha scritto un lungo e complesso trattato contro Marcione, lascerebbe intendere che le cose stanno diversamente: mentre i Padri ortodossi accusano Marcione, quest'ultimo invece sostiene che sono stati gli ortodossi a modificare il Vangelo che lui leggeva per renderlo piu' "accettabile". Klinghardt vede una conferma della sua ipotesi nel fatto che lo stesso Tertulliano mostra come il Vangelo di Marcione contenga elementi che confutano le opinioni marcionite (una cosa che sarebbe davvero difficile da pensare, se Marcione si fosse scritto un Vangelo a proprio uso e consumo).
Secondo Klinghardt, Marcione possedeva una specie di proto-Luca che avrebbe influenzato la redazione sia del Luca canonico che del Vangelo di Matteo. Questa sarebbe la soluzione al problema sinottico suggerita da Klinghardt, ma mi pare che l'intero sistema diventi un po' troppo complesso e quindi non vorrei soffermarmi troppo su questo punto (anche perche' la ricostruzione del Vangelo di Marcione e' assai problematica dato che lo conosciamo soprattutto attraverso le citazioni di Tertulliano e di Epifanio).
Tuttavia, alcuni studenti sono stati attratti dall'idea di questo modo di procedere della parte "ortodossa", che prima "corregge" un testo e poi da' la colpa delle modifiche alla parte avversa. Se uno crede all'autenticita' della famosa lettera di Clemente che contiene il Vangelo segreto di Marco, il caso sembra abbastanza simile: Clemente accusa gli eretici seguaci di Carpocrate di aver apportato modifiche che invece possono essere considerate piu' originali. Inoltre, qualcosa del genere si potrebbe pensare anche per Giovanni e la sua difficile ricezione fra gli ortodossi.
Questi temi restano ancora in gran parte da esplorare, ma mi pare che aiutino a riflettere su alcuni aspetti decisivi. La estrema fluidita' dei materiali evangelici deve aver creato non pochi problemi quando, nel II secolo, si comincio' a pensare di creare una "ortodossia" ed un canone. Alcune delle strategie adottate per distinguersi furono appunto quelle viste sopra: attribuire ai propri documenti lo status di "originali" e accusare gli "eretici" di averli adulterati.

mercoledì 22 settembre 2010

La questione sinottica e le prove "esterne"


Negli ultimi giorni mi sono rivisto alcuni degli argomenti che vengono utilizzati dai sostenitori di una soluzione alternativa al "problema" sinottico, la quale prende il nome da Johann Jakob Griesbach, un teologo e filologo tedesco vissuto a cavallo fra il Settecento e l'Ottocento. Secondo Griesbach (e secondo coloro che hanno ripreso le sue idee nel secolo scorso, in particolare William Farmer) il primo Vangelo sarebbe Matteo, poi riutilizzato da Luca, mentre Marco sarebbe stato l'ultimo e avrebbe creato una specie di epitome dei primi due.
Fra gli argomenti utilizzati da Farmer a sostegno della propria ipotesi ho trovato anche un accenno al fatto che "le prove esterne sono tutte a sfavore dell'ipotesi che Matteo abbia potuto scrivere dopo Marco". Nelle discussioni sulla questione sinottica di solito non si trovano mai riferimenti alle testimonianze dei Padri, ma in questo caso e' evidente che Farmer da' credito alla notizia di Papia, il quale, all'inizio del secondo secolo, sostiene che il Vangelo piu' antico sia stata una versione di Matteo redatta in aramaico o ebraico.
Lasciando da parte la discussione sull'attendibilita' delle testimonianza patristiche (Norelli, mi pare, ha scritto cose decisive per quanto riguarda Papia), ho pensato che lo stesso accade per quanto riguarda altri tipi di "prove esterne", per esempio quelle papirologiche. Tanto per fare un esercizio intellettuale, si dovrebbe tenere conto del fatto che non possediamo nessuna copia del Vangelo di Marco per i primi tre secoli: cio' potrebbe indurre a concludere che forse Marco e' stato scritto dopo gli altri (nel secondo secolo inoltrato) e che quindi ha circolato poco. Magari la si potrebbe considerare una prova in favore della ipotesi di Griesbach?
Non ho una posizione definitiva sulla questione, ma di sicuro posso dire che il dibattito sulla questione sinottica si svolge sempre nel circolo chiuso dei tre Vangeli canonici che soli vengono presi in considerazione. Ci sono delle importanti motivazioni scientifiche per questa limitazione, ma non si puo' negare nemmeno che vi siano delle ragioni ideologiche in gioco: la ricerca moderna sui sinottici e' nata in gran parte in reazione alla tradizione ecclesiastica che risolveva tutti i problemi affidandosi ciecamente alla testimonianza dei Padri. In piu', va aggiunto che lo studio scientifico dei Vangeli si e' sviluppato soprattutto in ambito tedesco, in un clima religioso imbevuto del dogma della sola Scriptura, circostanza questa che certo non ha favorito l'ampliamento della base di indagine.

giovedì 22 ottobre 2009

L'origine della sigla Q

Disclaimer: Ci sono dei momenti, nella professione dello storico, in cui si e' presi come da un demone che conduce ad occuparsi di questioni minute e alla fine di nessuna importanza. Questi raptus possono essere causati dagli eventi piu' diversi, ma generalmente sfociano in gran perdite di tempo e noia per i lettori. Confesso di essere stato preda, oggi, di uno di questi momenti di eccitazione e ne riporto qui il prodotto. Vi avverto, tuttavia, gentili lettori, che questo post avra' un tono tutto diverso dal solito e che, se alla fine sarete annoiati a morte, io declino ogni responsabilita'.
Alcuni giorni fa, quando ho scritto sulla questione sinottica, un lettore, Luca, ha simpaticamente sollevato il problema dell'origine della sigla Q. La cosa non e' affatto mera "pignoleria", ma un'ottima osservazione perche' troppo spesso in questo lavoro capita di ripetere acriticamente cose sentite da altri senza averci dato un'occhiata di persona. Per questo motivo, ho pensato di dare una scorsa alle fonti ed ecco il risultato.
Luca giustamente osserva che esiste (o e' esistito) un dibattito sull'origine della sigla Q e rimanda ad una nota (3 pagine) di J.J. Schmidt apparsa nel "Journal of Biblical Literature" del 1981. Benissimo, ma vorrei rilevare che, proprio alla fine della suddetta nota, lo stesso Schmidt dichiara candidamente che la questione su cui egli ha scritto era stata gia' risolta da Frans Neirynck in un articolo pubblicato nel 1978 nelle "Ephemerides Theologicae Lovanienses" (titolo "The Symbol Q", pagine 119-125). Neirynck dimostra, con grande erudizione devo dire, che il primo a usare Q e' stato Johannes Weiss in un articolo del 1890 apparso nei "Theologische Studien und Kritiken" (titolo "Die Verteidigung Jesu gegen den Vorwurf des Bundnisses mit Beelzebul - L'apologia di Gesu' contro l'accusa di essersi alleato con Belzebul", pagine 555-569): Weiss usa Q per indicare i passi comuni a Matteo e Luca e pare certo che consideri la sigla un'abbreviazione di "Quelle". Neirynck suggerisce anche che Weiss avrebbe potuto ispirarsi a un libro del 1880 di Eduard Simons ("Hat der dritte Evangelist den kanonischen Matthaus benutzt? - Il terzo evangelista ha usato il Matteo canonico?"), che aveva usato Q in modo non continuo. La cosa e' illustrata anche da John S. Kloppenborg Verbin, "Excavating Q. The History and Setting of the Sayings Gospel", pagina 330, nota 2.
Per quanto riguarda l'ipotesi "inglese" sollevata da Lightfoot, il grande studioso britannico afferma di aver sentito dire che J.A. Robinson aveva detto di aver usato la sigla Q in alcune lezioni tenute a Cambridge nei primi anni '90 dell'Ottocento. La testimonianza appare assai sospetta perche' Robinson non usa mai Q nel suo libro del 1902 e negli altri lavori dei primi del Novecento. A mio parere la cosa puzza molto del solito snobismo inglese per cui gli abitanti delle isole britanniche devono essere sempre stati i primi ad inventare tutto dalla ruota fino al computer.
Mi sembra che l'origine tedesca di Q e la sua derivazione da Quelle rimanga l'ipotesi piu' plausibile, ma ancora grazie a Luca per avermi regalato una mezzora di divertimento questo pomeriggio.

domenica 18 ottobre 2009

Q e la questione sinottica

Sui rispettivi blog James McGrath e Mark Goodacre hanno in questi giorni discusso uno dei problemi piu' classici dell'intera ricerca sul Nuovo Testamento, la famigerata "questione sinottica".
Poche parole per descrivere questo problema storico che assilla gli studiosi da piu' di duecento anni: tutti voi saprete che, se leggete il Nuovo Testamento, salta all'occhio il fatto che tre dei Vangeli (Matteo, Marco e Luca) presentano una trama e spesso anche dei passi quasi completamente uguali. E' proprio per questa evidente somiglianza che i tre Vangeli sono chiamati "sinottici". Gia' dal Settecento, gli storici che si sono impegnati a scrivere una storia del Nuovo Testamento hanno cercato di capire chi dei tre fosse il piu' antico e quale avesse copiato dagli altri. Alla fine dell'Ottocento, gli studiosi tedeschi hanno proposto una teoria, che viene chiamata "bifontica" e che viene ormai oggi accettata da quasi tutti. Secondo questa teoria, i tre sinottici deriverebbero da due fonti: la prima e' Marco, che quindi sarebbe il piu' antico dei Vangeli e il cui materiale sarebbe stato usato da Matteo e Luca per dare una struttura ai loro racconti. Chiunque si sara' pero' accorto che Marco e' molto piu' corto degli altri due e che Matteo e Luca hanno molti passi quasi del tutto uguali che non possono derivare da Marco. Per risolvere questo problema si e' ipotizzato che esistesse un'altra fonte utilizzata indipendentemente da Matteo e Luca e chiamata Q (il nome deriva dalla parola tedesca "Quelle", che vuole dire appunto "fonte").
Come detto questa spiegazione non ha soddisfatto tutti: in particolare, Goodacre e' forse l'avversario piu' significativo, perche' ha di recente pubblicato un libro ("The Case Against Q") in cui sostiene con molti argomenti una teoria alternativa. Secondo Goodacre, Luca avrebbe avuto davanti sia Marco che Matteo e quindi non ci sarebbe bisogno di pensare all'esistenza di Q. Questa spiegazione ha alcuni pregi, specialmente quello di far capire come mai, in alcuni passi minori, Matteo e Luca vadano d'accordo contro Marco (questo e' il tallone d'Achille della teoria bifontica che presuppone che Matteo e Luca abbiano usato Marco e Q indipendentemente uno dall'altro).
La mia opinione, tuttavia, e' che Goodacre, per risolvere questo problema minore, ne apra pero' altri enormi: soprattutto quello relativo alle due storie sulla nascita di Gesu' che sono completamente diverse in Matteo e Luca. Se Luca aveva davanti a se' il testo di Matteo e' davvero difficile capire come mai abbia deciso di scrivere un racconto che non ha proprio nulla di simile a quello che leggeva nel testo che gli e' servito da base.