martedì 29 dicembre 2009

Cristianesimo e anti-semitismo

Alcuni giorni fa ha suscitato un po' di discussioni un annuncio del Vaticano sulle cause di beatificazione "congiunte" di Pio XII e Giovanni Paolo II: come nel caso di Pio IX e Giovanni XXIII, molti hanno suggerito che l'idea di unire i due processi fosse dettata dall'esigenza di "far passare" piu' facilmente un santo politicamente problematico unendolo con uno politicamente molto piu' accettabile. Non so se questa interpretazione sia corretta e non ho elementi per giudicare nel merito, ma ho notato sul blog del vaticanista Luigi Accattoli un richiamo ad un suo articolo nel quale il giornalista osserva con arguzia che "solo il mondo ebraico riesce a far correre il Vaticano, uso di suo alla piu' grande flemma". In effetti, in risposta alle proteste di esponenti delle comunita' ebraiche, subito dopo l'annuncio ufficiale, il portavoce della Santa Sede, Lombardi, si e' affrettato ad assicurare tutti che le due santificazioni non procederanno con lo stesso passo.
L'osservazione di Accattoli e' molto penetrante perche' fa intendere come il Vaticano (che ormai da alcuni secoli opera eminentemente come un soggetto politico) abbia cambiato la sua strategia: adesso che gli ebrei, dopo aver sempre preso botte in testa (questo e' un vero eufemismo), hanno deciso di reagire e di avere anche loro un peso politico, Roma si affretta a dar loro assicurazioni. Non vale nemmeno la pena di chiedersi se lo stesso si farebbe nei confronti dei Testimoni di Geova o degli zingari.
La politica, tuttavia, mi interessa relativamente: vorrei, invece, fare una breve riflessione sull'anti-giudaismo cristiano e sul suo rapporto con l'anti-semitismo. L'ostilita' cristiana nei confronti del giudaismo ha radici molto antiche, che si spingono forse fino al Nuovo Testamento: una certa interpretazione di Paolo, che e' stata dominante fino ad alcuni decenni fa, conduce a pensare che il cristianesimo sia l'unico e vero erede dell'Israele antico. Praticamente tutti i Padri della chiesa intendono il cristianesimo come Verus Israel, il "vero Israele", mentre gli ebrei non sarebbero altro che degli impostori, ostinati e maligni nel non riconoscere la falsita' della loro religione. Va notato che, in questo modo, l'anti-giudaismo fa un salto di qualita' rispetto a quello dei Romani (per loro si trattava di una forma di xenofobia che coinvolgeva tutti gli stranieri dai celti fino agli egiziani): per i teologi cristiani il giudaismo come religione, dopo l'avvento di Cristo, non ha piu' diritto ad esistere. Di qui a farne cessare l'esistenza con ogni mezzo, lecito o no, il passo e' breve, ma la conseguenza piu' grave e' che queste idee, ripetute per secoli, hanno preparato un bel terreno fertile per l'anti-semitismo razzista e genocida dei tempi moderni. Oggi, questa ultima variante pare ormai riconosciuta dalla maggioranza come una follia pericolosa e da rifuggire in ogni modo, ma le varie teologie cristiane incontrano ancora difficolta' non piccole nell'ammettere che il popolo ebraico sia legittimo erede delle promesse e dell'Alleanza del Primo Testamento.

lunedì 28 dicembre 2009

Gesu' povero o ricco?

In questi giorni natalizi uno dei discorsi piu' diffusi e' quello che fa perno sulla vicinanza di Gesu' ai poveri e sulle misere condizioni della sua nascita: tutti i predicatori, dal papa fino al parroco della piu' piccola chiesa ripetono questo concetto, tanto che affermare il contrario sembrerebbe un'assurdita'.
Invece, non si puo' mai dire mai ed infatti, sul sito della CNN-today, il giorno di Natale e' apparso questo articolo che riporta le idee di alcuni predicatori americani sostenitori del cosiddetto "Prosperity Gospel" (Vangelo della prosperita'). Secondo questi uomini di chiesa la ricchezza non sarebbe affatto un male, ma il segno e il risultato della devozione a Cristo: per questo motivo, essi non sono disposti a immaginarsi un Gesu' povero (nemmeno alla nascita), ma sostengono con convinzione che egli sarebbe stato ricco, anche perche' nessuno sarebbe disposto a credere alla predicazione di un povero, mentre tutti prestano fede a chi e' facoltoso (le somiglianze con la situazione italiana attuale sono del tutto casuali). In se stesse queste idee non sono altro che la dimostrazione del livello di follia a cui il consumismo puo' portare le societa' occidentali, ma danno anche lo spunto per discutere di un problema classico della ricerca sul Gesu' storico: la collocazione sociale del profeta di Nazaret.
In genere, ci si accosta alla questione in modo assai superficiale, pensando che si possano ricavare informazioni sul Gesu' storico da versetti dei Vangeli che di storico hanno ben poco. Un buon esempio viene ancora dal Prosperity Gospel, per cui Gesu' sarebbe stato ricco perche' Giovanni ci racconta che, alla sua morte, i soldati romani si sarebbero giocati ai dadi la sua famosa tunica inconsutile (Gv 19:23-24). Tuttavia, oltre al fatto che Giovanni non e' una fonte molto attendibile, bisogna osservare che questo episodio della tunica ha poca probabilita' di essere storico, dal momento che pare essere stato introdotto per dimostrare l'avveramento di una profezia che viene riportata dal Vangelo stesso (Sal 22:19).
Non so dare una risposta al quesito iniziale (sapete che sono un po' refrattario agli studi sul Gesu' storico), ma vorrei solo proporre un'osservazione di metodo: i Vangeli sono stati scritti da qualcuno che aveva una certa preparazione letteraria e quindi doveva avere dei mezzi per permettersi di "sprecare" tempo a studiare. Mi sembra impossibile che degli autori antichi, provenienti dall'elite, possano descrivere il loro eroe come un povero straccione: a me non vengono in mente esempi (a meno che non si tratti di parodie e del topos del filosofo che abbandona tutti i beni per amore della sapienza). Ancora una volta, ho l'impressione che i testi su Gesu' ci raccontino molte piu' cose su chi li ha scritti che non sull'oggetto della narrazione.

sabato 26 dicembre 2009

Natale tra storia e teologia

Negli ultimi giorni ho ripensato un po' al rapporto, sempre un po' problematico, fra storia e teologia e mi e' sembrato che la lettura evangelica della Messa di Natale (l'inizio del capitolo 2 del Vangelo di Luca) abbia offerto un buon punto di partenza per una riflessione dedicata a questo tema. Il racconto della nascita di Gesu' mescola arditamente la "storia" e la descrizione dell'evento religioso, ma cosa puo' dire o non dire la ricerca storica su un testo come questo?
Anzitutto, c'e' la famigerata questione del censimento al versetto 2: non staro' a tornare su questo argomento, perche' se ne e' gia' parlato piu' volte in questo blog. L'autore del Vangelo, dal punto di vista storico, ha preso lucciole per lanterne e ha indentificato in maniera errata la nascita di Gesu' con un censimento della provincia romana di Siria che si e' svolto nel 6 della nostra era. La ricerca storica, con un buon numero di solide testimonianze esterne, puo' stabilire con una certa sicurezza che si e' trattato di un errore.
Ma perche' Luca ha voluto mettere la nascita di Gesu' in questo contesto? Un po' di tempo fa, Benedetto XVI ha commentato un altro passo di Luca (l'inizio del capitolo 3 e dell'attivita' pubblica di Gesu') in cui l'evengelista da' ancora una volta un'abbondante serie di indicazioni cronologiche: secondo il Papa, in questo modo Luca vorrebbe dimostrare che Gesu' e' un personaggio storico, che si inserisce pienamente nel contesto generale della storia del mondo. E' questa un'affermazione su cui lo storico puo' esprimere un giudizio? Certamente si'. L'analisi del testo di Luca fa capire che quella era l'intenzione dell'evengelista e che questo era il messaggio che intendeva comunicare (anche se qualche volta, nel fare questo, sbagliava a dare i dati cronologici).
Ma allora lo storico puo' sindacare su tutto? No, perche' va riconosciuto che la ricerca storica non e' l'unica depositaria della verita' (ammesso che esista). E' chiaro che tanto per Luca quanto per Benedetto XVI e' importante dire che Gesu' e' stato un personaggio storico, perche' loro credono che Gesu' fosse un essere divino e che nella sua nascita e nella sua predicazione il soprannaturale si e' manifestato nella storia. Su questo lo storico non puo' dire niente: il soprannaturale cade per definizione fuori dai limiti dell'indagine storica. Sono solo i teologi e, direi, le coscienze dei singoli credenti che devono dire se questo messaggio di Luca corrisponde a verita' oppore no.

martedì 22 dicembre 2009

Bibbia e schiavitu'

Di recente un lettore di questo blog ha scritto un giudizioso post (citando una giudiziosa frase di Remo Cacitti nel suo libro/intervista con Corrado Augias) sul rapporto fra il cristianesimo e l'istituzione della schiavitu'. Nel frattempo, se avete tempo di leggere un lungo articolo in inglese, potete vedere anche questo ricchissimo contributo di Jay Williams apparso in Bible and Interpretation.
Williams offre un'analisi storica di grande efficacia e dimostra, con un gran numero di citazioni molto pertinenti, che la schiavitu' non e' un fenomeno che per caso si e' sviluppato nell'antichita' e nel medioevo quando anche il cristianesimo si andava diffondendo. Al contrario, un preciso studio storico mostra molto chiaramente che il Nuovo Testamento stesso presuppone i rapporti di schiavitu' come fondamentali per la sua visione della societa' e anche dei rapporti fra esseri umani e Dio. E' abbastanza facile vedere come questo possa essersi verificato: sarebbe stato impossibile che gli autori dei libri del NT, che erano stati educati e vivevano in un mondo che dava per scontata la schiavitu', potessero pensare o esprimersi in un modo totalmente diverso dalle convenzioni della loro cultura. Ovviamente, queste convenzioni sono diverse per noi a cui anche solo il riferimento indiretto alla schiavitu' ripugna al punto che le traduzioni sono modificate di conseguenza: basta dare un'occhiata all'inizio della Lettera ai Romani, che non inizia mai con "Paolo, schiavo di Gesu' Cristo" (anche se questa sarebbe una traduzione del tutto legittima per il greco doulos).
Williams pone una domanda di grande peso: puo' la Bibbia cristiana funzionare anche in un mondo non piu' autoritario, ma democratico? Io non mi sento di dare una risposta (la lascio volentieri ai teologi), ma vorrei contribuire una piccola osservazione. Non e' che i cristiani debbano cominciare a scegliere solo adesso quello che si puo' tenere e quello che si puo' non considerare ispirato nella Bibbia. Questo metodo e' sempre stato adottato dai teologi, fin dai tempi in cui si invento' l'interpretazione allegorica perche' i genocidi della Bibbia ebraica davano fastidio. C'e' da stare tranquilli: gli esegeti continueranno ad infischiarsene dei risultati della ricerca storica come hanno sempre fatto e al testo della Bibbia si continuera' a far dire tutto e il contrario di tutto secondo le attese degli uditori e le esigenze del momento.

domenica 20 dicembre 2009

Steve Mason o del metodo storico

Sto leggiucchiando una nuova raccolta di saggi di Steve Mason da poco pubblicata con il titolo "Josephus, Judea, and Christian Origins: Method and Categories - Giuseppe, Giudea e le origini cristiane: metodo e categorie". Mason e' uno dei piu' importanti esperti mondiali sull'opera di Giuseppe Flavio, l'autore ebreo che racconta la storia della Terra d'Israele nel primo secolo nelle sue opere sulla guerra giudaica del 66-70. Devo dire che il libro contiene una serie di saggi di qualita' metodologica elevatissima: molti degli scritti raccolti qui aprono squarci di grande interesse su temi discussi non solo nella ricerca sulla storia giudaica del I secolo, ma anche sul cristianesimo delle origini.
Mi limitero' a dire qualcosa sul primo capitolo, che mi ha dato lo spunto per alcune riflessioni piu' generali sul metodo storico e sull'uso che ne dovremmo fare. Mason discute come l'opera di Giuseppe e' stata utilizzata per ricostruire la storia d'Israele nel primo secolo: siccome quella di Giuseppe e' l'unica testimonianza che possediamo su quel periodo storico e su quel luogo geografico, tutto quello che egli dice e' stato accolto in maniera del tutto acritica e in pratica molti dei lavori, anche scientifici, non sono altro che parafrasi del suo racconto. Ma come facciamo a sapere quando Giuseppe e' affidabile? Affidarsi semplicemente alla sua autorita', perche' siamo convinti che, piu' o meno, non possa inventarsi quello che scrive, non puo' essere un criterio valido: l'unica soluzione e' trovare altre testimonianze che siano indipendenti e che possano confermare o smentire quello che ci dice Giuseppe.
La proposta di Mason e' assai rigorosa e mi sembra possa essere adattata con profitto anche allo studio storico-critico del Nuovo Testamento: uno storico valido dovrebbe sottoporre tutto quello che ci dicono gli autori del NT alla stessa prova, confrontando ogni affermazione con fonti indipendenti. Se queste ultime mancano, allora lo storico dovrebbe saggiamente riconoscere che alcuni eventi raccontati nel NT non possono essere indagati storicamente e quindi non sono eventi storici (almeno finche' non si scopriranno nuove testimonianze). Assolutamente importante e' riconoscere anche che la ricerca storica degna di questo nome procede con un metodo fondato su un approccio scettico che e' esattamente l'opposto di quello "teologico": quest'ultimo parte dal presupposto che gli autori del NT possiedano una "autorita'" che non permette di dubitare di quello che ci hanno raccontato, perche' essi, divinamente ispirati, non potevano mentire.

venerdì 18 dicembre 2009

Gesu' e' nato a Nazaret o a Betlemme?

Con l'avvicinarsi del Natale, tutti i blog biblici si concentrano sui temi classici: e' la cosa che succede anche nel podcast di Mark Goodacre, che, con la consueta precisione, ha dedicato l'ultima puntata alla questione del luogo di nascita di Gesu'.
Questo e' un problema che angustia gli studiosi da lungo tempo e bisogna riconoscere a Goodacre una grande abilita' nel trattare le fonti in gioco e nel valutare il loro differente valore. Contrariamente a quanto si puo' pensare le tradizioni su Gesu' non sono ne' concordi ne' molto chiare sul suo luogo di nascita: solo due dei Vangeli canonici dicono che Gesu' sarebbe nato a Betlemme, mentre il Vangelo di Marco, che e' il piu' antico, non conosce questa tradizione e anzi sembra (anche se non lo dice mai esplicitamente) presupporre che il Messia fosse nato a Nazaret, in Galilea. Matteo e Luca raccontano in due modi diversi e indipendenti la nascita di Gesu' a Betlemme; anche se in questo caso concordano sul luogo, e' bene notare che Matteo racconta la storia come se i genitori di Gesu' avessero sempre abitato a Betlemme e si fossero trasferiti a Nazaret solo dopo il ritorno dall'Egitto (Mt 2:23), mentre Luca deve introdurre la complicata (e inverosimile) storia del censimento per spiegare come mai la famiglia si trovasse a Betlemme (e non nel posto che ci si aspetterebbe: Nazaret) al momento della nascita di Gesu'. Il quarto Vangelo, quello di Giovanni, non sembra dare indicazioni, ma c'e' un versetto (7:42), nel quale gli "ebrei" si domandano come possa essere il Cristo uno che viene dalla Galilea, quando tutti sanno che il Messia deve venire da Betlemme. Mi pare che Goodacre abbia ragione quando ritiene che questo versetto sia un esempio perfetto della famosa "ironia" giovannea: gli avversari di Gesu', nel momento in cui cercano di opporsi a lui, affermano la sua autorita', perche' non sanno che egli e' in effetti nato a Betlemme e quindi e' il Cristo.
Ma come si fa a giudicare se la tradizione su Betlemme e' storica? Nelle ricerche sul Gesu' storico si usano alcune semplici regole: una dice che ha poca probabilita' di essere storico cio' che puo' essere stato creato dai primi cristiani per confermare che Gesu' era il Messia predetto dai profeti della Bibbia ebraica. Gia' ho accennato al fatto che c'e' una profezia (Michea 5:1-2) che sembra attribuire a Betlemme l'onore di dare i natali al Messia. La conclusione piu' ragionevole e' che alcuni cristiani abbiano creato la tradizione che Gesu' di Nazaret fosse nato a Betlemme per affermare cio' in cui loro credevano, vale a dire che lui fosse il Messia profetizzato dalla Bibbia ebraica.

giovedì 17 dicembre 2009

Dove sono finiti gli uomini di buona volonta'

Mi scuso per il silenzio insolitamente lungo, ma sono stato colpito dalla tanto temuta influenza suina (che pero' qui si chiama H1N1), che mi ha impedito di scrivere (in effetti, anche di pensare coerentemente) per gli ultimi due giorni.
Nel frattempo, dato anche il clima natalizio, ho avuto modo di ripensare a un paio di questioni legate ai racconti evangelici della nativita' di Gesu': in questo periodo se ne parla molto e spesso queste due storie di Matteo e di Luca richiamano alla mente piacevoli ricordi del passato. Uno dei passi piu' famosi, anche al di fuori della lettura del racconto di Luca, e' il breve inno cantato dagli angeli dopo aver annunciato la nascita di Gesu' ai pastori (Lc 2:14). Di solito, le parole dell'inno si trovano scritte su quelle bandierine (io le ho sempre nella memoria azzurre con le lettere d'oro, non saprei dire perche') che gli angeli dei presepi stendono sopra le grotte o le capanne in cui sta la Sacra Famiglia.
Ovviamente, la traduzione di questa breve frase e' un problema. Il testo greco di Luca promette pace en anthropois eudokias, vale a dire "agli uomini dell'eudokia": questo ultimo termine non esiste nel greco classico, ma viene creato dai traduttori greci della Bibbia ebraica per indicare qualcosa che si potrebbe tradurre come "buona opinione, benevolenza, o anche amore". Fin qui non molti problemi, ma la questione si fa complicata quando, come si dice tecnicamente, bisogna decidere se il genitivo e' soggettivo o oggettivo. Gerolamo, scrivendo la Vulgata, scelse la seconda possibilita', cioe' che la pace era per gli uomini "che hanno l'eudokia" e infatti la sua famosa traduzione e' homines bonae voluntatis. Molti si immagineranno le ultime parole della frase sulle bandierine azzurre come "... e pace in terra agli uomini di buona volonta'".
Pero', se si guarda la traduzione italiana della CEI (sia la vecchia che quella nuova), si vedra' che la versione suona diversa ("... e sulla terra pace agli uomini, che egli ama"), perche' i traduttori hanno scelto il genitivo soggettivo ("gli uomini che sono identificati dalla eudokia di Dio"). Per alcuni questa novita' stride un po' (mia madre, per esempio, si e' sempre lamentata del cambiamento), ma ha due ragioni (la prima buona, la seconda un po' meno): anzitutto, un'espressione molto simile si trova in molti documenti di Qumran e li' si tratta chiaramente di un genitivo soggettivo. In secondo luogo, se si traduce "uomini di buona volonta'" si crea un bel problema teologico: Dio manda la sua pace solo se gli uomini hanno fatto qualcosa per meritarsela?

domenica 13 dicembre 2009

Le bugie degli accademici II

Tempo fa ho scritto alcune riflessioni sulla prima parte di un notevole articolo di Jonathan Z. Smith dedicato alle bugie con cui gli accademici proteggono e accrescono il valore delle loro discipline. La prima bugia e' quella che si racconta agli studenti, facendo loro credere che le basi della disciplina siano chiare e ordinate, senza grandi discussioni sul metodo e sui presupposti.
La seconda bugia viene raccontata ad un pubblico piu' largo, vale a dire tutti quelli che non sono dentro l'accademia: la bugia e' fatta da tutte le convenzioni e le regole che separano il lavoro degli "specialisti" da quello dei "non addetti ai lavori". Smith racconta la storia abbastanza strana di Richard Feynman, vincitore di un premio nobel per la fisica: pare che Feynman non ami passare le vacanze come tutti, ma che d'estate egli passi il tempo lavorando in laboratori universitari di un'altra disciplina. Una volte passo' l'estate lavorando in un laboratorio di biologia in California: il lavoro di Feynman non era male e infatti un amico lo invitava a tenere seminari agli studenti di biologia. A quel punto, Feynman decide di scrivere un articolo e di proporlo ad una rivista accademica specializzata in biologia: a quel punto, i biologi gli ridono in faccia, perche' l'articolo non e' scritto secondo i canoni! Allora Feynman se lo fa riscrivere da un amico biologo, ma, alla fine, lui stesso non capisce piu' niente del suo lavoro.
La storiella serve a spiegare come ogni disciplina abbia i suoi confini che "proteggono" l'autorita' di chi ci lavora: per esempio, fare un dottorato in Nuovo Testamento ha la funzione di insegnare agli studenti i "trucchetti" e le convenzioni che rendono credibile il lavoro di ricerca. In fondo si tratta di un processo di iniziazione e in pratica e' valido per tutta l'educazione: anche in geometria, ad esempio, quello che si studia alle elementari poi non serve piu' alle scuole medie (perche' tutto e' piu' complesso e difficile), quello che si studia alle medie non serve piu' alle superiori e cosi' via.
Smith si chiede se questa bugia sia necessaria: di certo, in casi specifici puo' creare dei problemi. Per esempio, in Italia non esiste un'educazione alle scienze religiose se non all'universita' e quindi la separazione fra gli accademici e i "non addetti ai lavori" e' talmente grande che sembra un abisso. Le conseguenze negative le conosciamo tutti.

sabato 12 dicembre 2009

La nascita del Salvatore

Ho letto di recente questo pezzo di Ben Witherington sul racconto della nascita di Gesu' nel Vangelo di Luca. Witherington e' il piu' famoso fra i biblisti evangelici degli USA e, come c'e' da aspettarsi, la sua lettura di Luca e' totalmente apologetica, al punto che non c'e' nemmeno la possibilita' di definirla storica o scientifica. Non riesco mai a capire perche' questi studiosi debbano dimostrare a tutti i costi che gli evangelisti non hanno mai commesso nemmeno un errore: se, per esempio, Luca ha preso un abbaglio sulla famosa data del censimento, non penso che questo diminuisca il valore teologico di quello che vuole comunicare. Non discutero' pero' della data del censimento, ma voglio solo richiamare l'attenzione sulla stranissima traduzione che Witherington propone nella nota 1 per Lc 2:2 (sarebbe qualcosa come "questo censimento accadde prima che Quirinio fosse governatore della Siria"): una lettrice di questo blog ha presentato qualche tempo fa un articolo, molto preciso e molto ben argomentato, che dimostra come una traduzione di questo tipo non sia assolutamente possibile.
Vorrei spendere alcune parole su un altro particolare: verso la fine del pezzo, Witherington ci dice che quando gli angeli annunciano la nascita di Gesu' ai pastori (Lc 2:11) questo annuncio e' costruito usando la terminologia del culto imperiale (soprattutto il termine "salvatore"). Secondo Witherington, qui Luca vorrebbe sostenere che Augusto e' solo un falso "salvatore", mentre il "vero" salvatore dell'umanita' e' appena nato. Questa interpretazione non e' strana oggi per uno studioso americano: ci si vergogna un po' del fatto che il Nuovo Testamento e' stato usato spessissimo da tutti gli imperialismi e quindi si cerca in ogni modo di dimostrare che tutti gli scritti cristiani erano accanitamente anti-imperialisti e quindi anti-romani. Ovviamente questo e' difficilissimo per un Vangelo come quello di Luca che e' uno dei piu' filo-romani dell'intero Nuovo Testamento. In questo caso, il testo non aiuta Witherington: Lc 2:11 non dice nemmeno "il" salvatore, figurarsi il "vero" salvatore.
In effetti, il titolo di soter ("salvatore") non era usato solo dall'imperatore, ma anche per quasi tutte le divinita' dell'impero (senza scomodare L'asino d'oro, fra i papiri egiziani ci sono famosissimi inni a Iside in cui la dea e' ripetutamente chiamata "salvatrice"). E' abbastanza chiaro cosa vuole fare Luca: vuole mettere il cristianesimo sul mercato dei culti dell'impero e in pratica ci dice: "guardate, abbiamo un Salvatore anche noi, come Mitra, Iside o Dioniso".

giovedì 10 dicembre 2009

Il ritorno dell'anima


Ieri sera ho partecipato alle celebrazioni per il pensionamento di François Bovon, che lascia la Harvard Divinity School dopo 17 anni di lavoro nella prestigiosa istituzione accademica. Do solo due dati a proposito di Bovon tanto per ricordare (anche se in modo ovviamente incompleto) l'apporto da lui dato agli studi. Bovon ha appena finito di pubblicare l'ultimo volume di un commento al Vangelo di Luca che conta alla fine piu' di 2000 pagine e che rimarra' senza alcun dubbio il punto di partenza di ogni ricerca per molti decenni a venire: altrettanto appariscente e' stato il contributo che Bovon ha dato alla riscoperta degli apocrifi cristiani con la fondazione della AELAC (Associazione per lo Studio della Letteratura Apocrifa Cristiana) e l'inizio di un'opera di pubblicazione che continua tuttora e che ha fatto tornare in vita testi che altrimenti sarebbero stati perduti.
Bovon ha chiuso la sua attivita' a Harvard tenendo la "Ingersoll lecture", una prestigiosa lezione che viene affidata ogni anno ad un diverso oratore invitato con i soldi che furono appositamente lasciati in eredita' alla scuola nel 1897. Si tratta ovviamente di un grande onore, visto che nel corso degli anni la lezione e' stata tenuta da personaggi quali William James, Paul Tillich e Amos Wilder: un particolare curioso e' che nel lascito originario era previsto che la lezione dovesse sempre riguardare il tema della "immortalita' dell'uomo" e quindi Bovon ha dovuto cercare un titolo consono.
Alla fine la scelta e' stata quanto mai felice ("The Soul's Comeback: Immortality and Resurrection in Early Christianity" - "Il ritorno dell'anima: immortalita' e resurrezione nel cristianesimo antico") e la lezione e' stata del tutto degna di un cosi' grande studioso. Bovon ha sottolineato con un po' di rimpianto come l'attenzione degli studiosi del cristianesimo antico si sia spostata negli ultimi anni decisamente verso il corpo a discapito dell'anima, che sembra aver perso interesse nel nostro mondo secolarizzato. La tradizione cristiana, al contrario di quella platonica (ad esempio), ha alla propria radice un rapporto equilibrato fra anima e corpo, un rapporto che permette di valorizzare entrambi non tanto in una prospettiva edonistica quanto considerando il corpo come luogo principale in cui la vita etica dell'uomo si deve realizzare e sviluppare pienamente.

lunedì 7 dicembre 2009

Convegno su papirologia e NT II

Come ho gia' detto, il convegno di Salisburgo e' stato ricco di contributi molto significativi: siccome non ho la possibilita' di riportarli tutti qui, ne segnalo solo alcuni che possono magari essere piu' interessanti per i lettori.
Le discussioni sulle lettere paoline mi sono parse molto innovative: Joachim Hengstl dell'Universita' di Marburgo, uno dei massimi esperti mondiali di storia del diritto nell'antichita' ha fatto notare un elemento solitamente trascurato quando si analizzano le lettere attribuite a Paolo. A differenza di tutte le altre lettere che conosciamo dai papiri, quelle di Paolo non contengono, soprattutto all'inizio, nessun particolare sulla vita e sulla situazione personale dell'autore: cio' fa pensare che queste epistole siano passate attraverso una fase di redazione nell'antichita' in cui qualcuno ha deciso che certi particolari non erano importanti e potevano essere eliminati.
Gunther Schwab, un giovane studioso, appena dottorato presso la Facolta' di Teologia di Salisburgo, ha presentato la sua analisi di alcuni passi della Prima lettera ai Tessalonicesi e ha mostrato, in modo molto convincente, come questi siano stilisticamente paralleli a testi tratti dagli Atti degli apostoli. Entrambi questi contributi hanno proposto innovazioni metodologiche nell'analisi dei testi paolini e mi pare abbiano gettato seri dubbi sull'attendibilita' della tradizione che ci ha trasmesso il testo di Paolo.
Il convegno e' stato chiuso da David Martinez, professore di papirologia alla University of Chicago, che ha parlato della storia della festa dell'Epifania come essa appare nei papiri egiziani. Come ancora oggi per le chiese cristiane d'Oriente, il 6 gennaio e' una delle date piu' importanti dell'anno fin da un'epoca molto antica: anzi, nei documenti piu' antichi l'Epifania e' il giorno in cui si festeggia la venuta del Figlio di Dio (il Natale al 25 dicembre sara' solo una novita' tarda importata dall'Occidente). Questo evento fondamentale non e' ovviamente collegato alla nascita di Gesu', ma, come nel Vangelo di Marco, alla discesa dello Spirito di Dio su Gesu' al momento del battesimo ricevuto da Giovanni.

venerdì 4 dicembre 2009

Convegno su papirologia e NT I

Come previsto, alla fine sono arrivato a Salisburgo e la prima giornata del simposio si e' svolta mi pare con un notevole successo. Il convegno, organizzato da Peter Arzt-Grabner presso la Facolta' di Teologia cattolica dell'Universita' di Salisburgo, ha come titolo "Light from the East" (che riecheggia quello di un famoso libro scritto piu' di cent'anni fa da Adolf Deismann) e si propone di festeggiare il quindicesimo anniversario del progetto, basato proprio qui a Salisburgo, di un "Commentario papirologico del Nuovo Testamento".
I vari contributi sono tutti stati pensati come esempi dell'utilita' dei papiri documentari nell'interpretazione del Nuovo Testamento e degli altri scritti cristiani antichi. Nella giornata di oggi, l'intervento senz'altro piu' stimolante e' stato quello di Mauro Pesce e Adriana Destro, due noti professori dell'Universita' di Bologna. Pesce e Destro hanno analizzato il tema della schiavitu' nel Vangelo di Giovanni. Questa e' stata una scelta assai felice, perche' apparentemente Giovanni non si occupa mai della questione, ma una lettura del Vangelo fatta considerando le informazioni dei papiri ha permesso di vedere molto chiaramente che Giovanni presuppone tutta una serie di immagini e riferimenti che si richiamano proprio agli schiavi e alle loro condizioni di vita.
Ovviamente il capitolo fondamentale e' il 13 in cui Giovanni presenta Gesu' che svolge uno degli incarichi normalmente attribuiti agli schiavi nelle case greco-romane: lavare i piedi agli ospiti. Secondo Pesce e Destro, il capitolo 13 rappresenterebbe un rito di iniziazione che permette l'entrata nella comunita' giovannea a coloro che da liberi si fanno servi degli altri membri del gruppo. I due studiosi italiani sono stati pero' molto attenti a non dedurre affrettatamente da questo particolare che il Vangelo intenda abolire la schiavitu'. Al contrario, nei capitoli seguenti si vede bene che Giovanni continua tranquillamente ad usare le immagini relative al rapporto padrone/schiavo per descrivere perfino la relazione fra Gesu' e i discepoli. Pesce ha sottolineato l'importanza di Gv 15:5 ("perche' senza di me non potete far nulla") come un passo che deve essere letto dal punto di vista di un padrone i cui schiavi sono totalmente dipendenti da lui. In questa prospettiva Gesu' viene presentato come una figura decisamente autoritaria in rapporto ai suoi discepoli e questi ultimi non possono fare altro che avere un ruolo del tutto passivo nel rapporto con il loro maestro.

mercoledì 2 dicembre 2009

Perche' studiare l'apocalittica?

Mi trovo all'aeroporto di Vienna e attendo un aereo che mi porti a Salisburgo, dove nei prossimi giorni partecipero' a un convegno sui papiri documentari e lo studio del Nuovo Testamento. Siccome soffro terribilmente per il cambiamento di fuso orario e non so come ingannare l'attesa, scrivo qui alcune brevi riflessioni che sono andato elaborando a seguito dell'ultima lezione del mio corso apocalittico, tenuta lunedi': in realta', devo confessare, le considerazioni non derivano tanto dal corso e dagli studenti, ma dalla predica che ho sentito a messa domenica scorsa.
Come forse sapranno i lettori di questo blog, domenica era la prima del tempo di Avvento e in questo caso il rito cattolico propone una lettura di stampo decisamente apocalittico, tratta dal famigerato capitolo 13 del Vangelo di Marco (ripreso da Matteo 24 e Luca 21). Questo testo sinottico e' estremamente interessante dal punto di vista storico, ma vorrei fare qui due considerazioni di altro genere che confermano, come gia' pensavo, l'importanza di uno studio accurato dell'apocalittica.
Primo, il celebrante nella sua predica ha sottolineato come il capitolo 13 di Marco sia pieno di riferimenti al Libro di Daniele (il Figlio dell'Uomo, l'abominio della desolazione, eccetera), ma poi ha aggiunto che questo dimostra come gli ebrei del tempo di Gesu' vivessero nell'attesa di un riscatto politico da ottenere sotto la guida di un Messia discendente del re Davide. Gesu' sarebbe venuto a confondere queste attese con la sua vicenda di umiliazione e di insuccesso politico. Questo ultimo punto puo' essere vero dal punto di vista teologico, ma e' del tutto sbagliato dire che Daniele attenda un Messia della casa di Davide: non c'e' alcun accenno a Davide ed al Messia "regale" in Daniele. Questo insegna, per me, che le dottrine apocalittiche vanno studiate con precisione, tenendo conto del fatto che non si puo' fare di ogni erba un fascio e che le attese al tempo di Gesu' erano molte e diverse fra loro.
La seconda osservazione e' piu' divertente: il capitolo di Marco contiene, al versetto 24, una descrizione terribile dell'oscurarsi del sole e della luna. Questo probabilmente disturbava il mio celebrante che infatti ha raccontato un episodio della sua vita giovanile in cui egli si sarebbe fermato per strada ad ammirare un bellissimo tramonto. La sua conclusione e' stata che la natura e' bella e che, se uno ha fede, non deve preoccuparsi troppo della fine del mondo, ma continuare a fare il bene che fa ogni giorno. Questo atteggiamento e' tipico della teologia cristiana contemporanea: l'escatologia e l'apocalittica non sono piu' comprensibili alla nostra mentalita' e quindi suscitano paura e disprezzo. Tuttavia, sono elementi cardinali del Nuovo Testamento e allora per aggirare il problema si inventano strade come questa. Purtroppo, per i cristiani delle origini le leggi di natura non erano affatto da ammirare, ma erano terribili strumenti di oppressione da cui si pregava Dio di essere liberati il prima possibile.