martedì 29 settembre 2009

Settima lezione apocalittica

Oggi ho avuto un'ottima discussione con il mio piccolo gruppo di studenti sul Quarto libro di Ezra, che e' uno dei piu' importanti apocrifi dell'Antico Testamento. Il cosiddetto (per brevita' concedetemelo) 4 Ezra e' stato probabilmente scritto in ebraico, o forse anche in greco, alla fine del primo secolo, piu' o meno negli stessi anni in cui si pensa sia stata scritta l'Apocalisse di Giovanni. Purtroppo l'originale non si e' conservato, ma in questo caso siamo stati molto fortunati perche' il libro deve essere piaciuto moltissimo ai cristiani dell'antichita' e infatti possediamo un numero davvero strabiliante di traduzioni, in latino, in siriaco, in etiopico e perfino una, molto importante, in armeno (se volete leggere una buona traduzione italiana di questo scritto, ne trovate una molto bella nella collezione di "Apocrifi dell'Antico Testamento" curata da Paolo Sacchi). In Europa occidentale il testo ha avuto una grandissima influenza perche' compare in molte Bibbie latine ed e' sicuro che alcuni dei suoi tratti piu' caratteristici abbiano dato lo spunto per diverse opere letterarie: un esempio e' certamente quello della descrizione dell'inferno, che compare per la prima volta nel 4 Ezra e ha poi avuto un successo straordinario, come sappiamo, nella letteratura italiana medievale.
4 Ezra ha tutto quello che si potrebbe aspettare da un'apocalissi: visioni molto strane (c'e', per esempio, una donna che piange il figlio morto prematuramente e poi all'improvviso si trasforma nella citta' di Gerusalemme!), un'apparizione del "figlio dell'uomo" (che pero' in questo caso emerge dal mare), un angelo che scende a spiegare le visioni ad Ezra e perfino l'intrigante particolare che Ezra deve mangiare "fiori" per sette giorni per poter ottenere le sue rivelazioni.
E' un'altra, tuttavia, la cosa piu' notevole del 4 Ezra: per buona parte del testo il veggente, Ezra, anziche' accettare supinamente il giudizio di Dio sulla storia e il destino dell'umanita' contesta in modo molto incisivo le decisioni che gli vengono presentate dall'alto. A tratti questo atteggiamento ricorda quello che si trova nei libri piu' "problematici" della Bibbia ebraica: Giobbe o Qohelet, per esempio. Ezra si chiede come mai Israele, il popolo eletto, debba soffrire cosi' tanto e come mai cosi' tanti esseri umani siano stati creati solo per essere condannati alla dannazione (Dio avrebbe potuto organizzare tutto un po' meglio). La risposta dell'angelo Uriele e' ancora piu' sconcertante: la mente umana non puo' arrivare a capire certi misteri e quindi bisogna obbedire alle visioni senza porsi troppe domande. Mi sembra un libro decisamente interessante per un lettore moderno.

sabato 26 settembre 2009

Febe e le traduzioni italiane della Bibbia

Oggi sono incappato per caso in un articolo di Elizabeth McCabe sulle traduzioni inglesi dei versetti in cui Paolo menziona Febe, una sua collaboratrice della chiesa di Corinto (potete leggere il testo sul sito della SBL, la Societa' Biblica americana): siccome alcuni giorni fa avevo parlato di Giunia, mi pare giusto dire alcune parole anche su questa altra donna misconosciuta.
Febe e' citata nei primi due versetti del capitolo 16 della Lettera ai Romani ed e' probabilmente lei che porta a Roma la missiva di Paolo. Nel primo versetto, Paolo dice testualmente: "Vi raccomando Febe, nostra sorella, che e' anche diakonos della chiesa di Cencre". McCabe fa notare che tutte le traduzioni inglesi evitano di tradurre il greco diakonos con il normale "diacono", ma dicono che Febe e' "al servizio" della chiesa (in effetti, tecnicamente diakonos deriva da un termine che vuol dire "servire"). Ho dato un'occhiata per curiosita' alla traduzione italiana della CEI: non a caso, quella piu' nuova, del 2008, ci da': "che e' al servizio della chiesa di Cencre". La cosa davvero sconcertante e' che la vecchia traduzione, quella degli anni '70, aveva: "diaconessa della chiesa di Cencre"! In realta', la cosa e' sconcertante solo in parte, ma si capisce subito se si fa una piccola riflessione storica: negli anni '70 nella chiesa cattolica italiana non c'erano ne' diaconi ne' diaconesse. Da una decina d'anni a questa parte, pero', visto il calo del numero dei sacerdoti, e' stata ripristinata la carica dei "diaconi permanenti", che ovviamente sono tutti uomini. A questo punto anche il termine "diaconessa" non va piu' bene: potremmo immaginarci la povera Febe che veste i paramenti sacerdotali? No, e' meglio che pensiamo che fosse una delle "pie donne" che aiuta a spazzare la chiesa.
La questione diventa piu' sottile quando si legge il versetto 2: "affinche' la accogliate nel Signore in modo degno dei santi e la assistiate in qualunque cosa ella abbia bisogno di voi: infatti lei e' stata prostatis di molti e anche di me stesso". In tutte le traduzioni italiane il termine greco prostatis viene tradotto come "protettrice", ma McCabe osserva che il greco deriva dal verbo proistemi che vuol dire prima di tutto "essere a capo, dirigere". Infatti in tutte le altre occasioni in cui un vocabolo derivato da proistemi compare nel Nuovo Testamento (sempre riferito ad uomini) la traduzione e' ben diversa: 1 Timoteo 5:17 e' un buon esempio ("I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano considerati meritevoli..."). E' chiaro che le nostre traduzioni vogliono evitare assolutamente che si abbia l'impressione che Febe abbia "presieduto" su Paolo.
Concordo con la conclusione di McCabe: e' sempre meglio leggere il greco e non fidarsi delle traduzioni, ma vorrei anche aggiungere un altra riflessione. Mi sembrava che la versione 2008 della Bibbia CEI fosse migliore della vecchia, ma questa volta sono rimasto un po' male: tanto piu' quando si vede che anziche' migliorare si e' peggiorato.

venerdì 25 settembre 2009

Ellenizzazione del cristianesimo III

Ho continuato ad ascoltare le interessanti registrazioni del convegno annuale dell'ABI e quest'oggi e' toccato all'intervento di Daniel Marguerat sugli Atti degli apostoli. Il lungo discorso e' davvero molto stimolante, ricco di spunti e molto dettagliato, come ci si poteva aspettare da questo studioso dell'Universita' di Losanna, che ha ormai acquisito una posizione di grande rilievo negli studi francesi e tedeschi sul Nuovo Testamento. Devo dire con rammarico che ho avuto la netta sensazione che Marguerat abbia parlato molto da teologo (e' questa in fondo la sua formazione) e soprattutto che abbia parlato molto da apologeta del testo di Luca. In effetti, mi pare che se il discorso di Marguerat fosse stato tenuto da uno studioso della fine dell'Ottocento o degli inizi del Novecento non ci sarebbe stata nessuna differenza (non e' un caso che il primo esempio presentato da Marguerat sia lo stesso - il paragone fra Paolo e Socrate ad Atene - esaminato circa cento anni fa dal grande von Harnack). Il modo in cui Marguerat guarda agli Atti fa pensare che per lui alcuni degli avvenimenti chiave della storia dell'ultimo secolo non si siano nemmeno verificati o che comunque non abbiano avuto nessun peso nell'influenzare il suo modo di guardare ai problemi. Faccio brevemente due esempi che mi sembrano rappresentativi.
Il primo punto riguarda il rapporto con gli Ebrei: Marguerat fa notare che Luca ci tiene a citare spesso e a proposito la Bibbia ebraica e che perfino Paolo (contrariamente alla probabile verita' storica) viene presentato come estremamente rispettoso dei precetti della Legge. E' evidente che Marguerat sa che si e' verificato l'Olocausto e che quindi bisogna evitare di dire che il cristianesimo e' anti-giudaico, ma mi pare che la soluzione sia molto all'acqua di rose. Se un lettore apre gli Atti degli apostoli vede subito che la demonizzazione degli Ebrei e' una strategia costante di Luca (son sempre loro che si oppongono al Vangelo, che denunciano gli apostoli alle autorita', eccetera eccetera). Il fatto di mostrare che i cristiani sono rispettosi della Legge e' di sicuro un'altra strategia narrativa: ma come, i cristiani fanno di tutto per onorare il giudaismo e guarda un po' cosa succede? Gli Ebrei son talmente malvagi che non smettono mai di trovare pretesti per perseguitarli!
La seconda riflessione riguarda l'ellenizzazione vera e propria: per Marguerat, il fatto che Luca racconti di come il messaggio cristiano si trasferisca in categorie greche e' "il frutto piu' alto" della rivelazione divina. Come premessa, dico subito che negli ultimi anni si e' riflettuto molto sul colonialismo e su come le culture dominanti influenzano quelle dei popoli assoggettati: il fenomeno di colonizzazione non e' solo distruzione e soggiogamento, ma e' soprattutto una forma di violenza piu' sottile ed efficace che costringe il suddito a diventare come il dominatore, se vuole sopravvivere. Questo e' esattamente quello che accade nel caso di Luca che fa diventare il cristianesimo imitatore e servitore dell'impero, perche' era questa la strategia che andava bene al momento.

giovedì 24 settembre 2009

Sesta lezione apocalittica

Mi scuso per la lunga assenza, ma gli ultimi giorni di lavoro sono stati abbastanza densi di impegni e mi sono trovato proprio senza il tempo necessario per scrivere qualcosa qui.
In ogni caso, il corso sulla letteratura apocalittica e' continuato e allora vi do un piccolo aggiornamento sullo stato dei lavori.
Gia' ho detto qualcosa a proposito del Primo libro di Enoch e della sua preminenza fra le apocalissi di origine giudaica. Quello che chiamiamo Primo libro di Enoch e' stato preservato nella sua interezza solo dalla chiesa etiopica: alcuni frammenti aramaici sono stati trovati a Qumran e hanno dimostrato che il testo non e' una invenzione medievale, ma e' invece molto antico. Purtroppo, fra i frammenti del Mar Morto non si sono trovati passi di una sezione particolare di Enoch, il cosiddetto "Libro delle parabole". Si tratta di un altro testo apocalittico che ha fatto e fa tuttora discutere gli specialisti a causa di un suo aspetto molto particolare. Le "parabole" in questione sono in effetti visioni celesti che Enoch riceve da Dio e che gli illustrano quello che dovra' accadere sulla terra nei tempi finali. Fra le altre cose, Enoch vede un personaggio quasi divino che viene presentato come il giudice di tutti gli umani e che viene designato con il nome di "Figlio dell'uomo".
Ovviamente questo particolare ha suscitato l'interesse degli studiosi perche' "Figlio dell'uomo" e' uno dei titoli che i primi cristiani hanno attribuito a Gesu' ed e' anche uno dei titoli piu' enigmatici. Si tratta di un titolo "cristologico", perche' serve ha indicare una specifica "dottrina" che riguarda la natura di Gesu' Cristo. Con ogni probabilita' il "Figlio dell'uomo" doveva in qualche modo essere associato con l'idea di un giudizio finale sui comportamenti buoni o cattivi degli esseri umani. La figura nebulosa di un "figlio dell'uomo" (che di per se' vuol dire semplicemente "uomo") compare gia' nel Libro di Daniele (al capitolo 7, versetti 13-14), dove probabilmente rappresenta il popolo di Israele. Nel Libro delle parabole, Enoch presenta il Figlio dell'uomo come Messia (il consacrato di Dio, inviato a restaurare il suo regno nel mondo) e come giudice finale dell'umanita'. E' piuttosto sicuro che gli autori dei Vangeli (e in particolare quello del Vangelo di Marco) si siano ispirati a questa immagine e l'abbiano applicata a Gesu' di Nazaret. Il versetto piu' famoso, e non privo di ambiguita', e' la frase che Gesu' pronuncia durante il suo processo davanti al Sinedrio (Mc 15:62): "E vedrete il Figlio dell'uomo, seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo".

domenica 20 settembre 2009

La questione dei cibi III

Ho gia' avuto modo di scrivere che le informazioni che possediamo sul momento in cui i cristiani smisero di osservare le norme dietetiche giudaiche sono assai frammentarie. Fra i testi del Nuovo Testamento, gia' i piu' antichi, vale a dire le lettere di Paolo (scritte negli anni 50 e 60 del primo secolo), sembrano dare la cosa per avvenuta, anzi l'apostolo dei Gentili reclama per se' il privilegio di aver introdotto per primo questa innovazione nel suo annuncio del Vangelo. Ovviamente, questa scelta di non seguire piu' la legge mosaica (anche in altri aspetti, come, ad esempio, quello della circoncisione) e' fonte di contrasti e infatti gran parte delle lettere paoline e' occupata da dibattiti e polemiche riguardanti la questione di cui stiamo parlando.
In una delle missive piu' infiammate, la Lettera ai Galati, Paolo racconta di essersi recato a Gerusalemme per discutere con gli apostoli e gli altri capi della chiesa i contenuti del suo insegnamento missionario (2:1-10). Secondo questa relazione, a Paolo non fu imposto di cambiare il suo annuncio. Paolo prosegue poi raccontando come un po' di tempo dopo, ad Antiochia, egli si fosse aspramente scontrato con Pietro, che aveva deciso di non mangiare piu' con i Gentili convertiti al cristianesimo, probabilmente perche' costoro non rispettavano le regole dietetiche della Legge, come insegnava anche Paolo (2:11-14). Pare che, dopo questo scontro, la comunita' di Antiochia, una delle piu' importanti nella chiesa antica, fosse passata dalla parte di Pietro, perche' Luca negli Atti degli Apostoli ci racconta che Paolo non sarebbe piu' tornato a visitare quella citta'. E' interessante notare che Paolo, proprio raccontando del suo faccia a faccia con Pietro, usa per la prima volta il termine "giudaismo" e, a parere di molti, inventa una nuova religione e con essa la distinzione fra ebrei e cristiani.
La stessa storia viene raccontata di nuovo in un testo piu' tardo, gli Atti degli Apostoli, nel capitolo 15. Qui non troviamo niente di storico, ma la rielaborazione teologica dell'autore che scrive all'inizio del secondo secolo. Per l'autore degli Atti la storia della chiesa deve seguire uno schema di totale accordo fra tutti i personaggi principali diretti e ispirati dallo Spirito di Dio. Cosi' e' anche per l'incontro di Gerusalemme che diventa un vero e proprio "concilio" in cui Paolo, Pietro e Giacomo si trovano a discutere e finiscono per accordarsi sul fatto che alcune regole dietetiche di base debbano essere seguite da tutti. Esattamente il contrario di quello che Paolo aveva raccontato nella Lettera ai Galati.

sabato 19 settembre 2009

Ellenizzazione del cristianesimo II

Nel secondo intervento del convegno dell'ABI, si ascolta una relazione di Romano Penna (forse il maggiore esperto italiano di Paolo) sul tema della grecita' di Gesu'. La relazione di Penna e' molto ricca di informazioni, anche se certo non spicca per originalita', e si inserisce all'interno di un dibattito che va per la maggiore in questi anni qui in Nord America (e' interessante vedere come anche un convegno tutto italiano e molto cattolico come questo, in fondo prenda spunto in gran parte dalle discussioni americane).
Penna vuole dimostrare che Gesu' non fu minimamente influenzato dal pensiero e dalle usanze greche. Questa e' una reazione a una proposta, formulata da alcuni studiosi negli anni '80, secondo la quale l'attivita' di Gesu' sarebbe stata simile a quella dei filosofi cinici (l'esempio piu' famoso e' quello di Diogene, noto perche' viveva in una botte e per altre stramberie). Questo e' stato sostenuto, fra gli altri, da John Dominic Crossan e la cosa ha suscitato non poche controversie, perche' si e' detto (un po' superficialmente , in verita') che Crossan voleva staccare Gesu' dal giudaismo per farlo diventare un allievo di Socrate. L'accusa di anti-giudaismo oggi non e' da prendere alla leggera e infatti tutti ora, come in una specie di routine, criticano l'ipotesi "cinica", senza molto guardare al nocciolo del problema.
Spesso, si dice che Gesu' non ha potuto essere influenzato dall'ellenismo, perche' la Galilea non era parte dell'impero romano, ma era invece il piccolo regno personale lasciato a Erode Antipa. E' opportuno ricordare che Erode fonda ben due citta' (un'azione tipicamente ellenistica) in Galilea, Tiberiade, in onore dell'imperatore Tiberio, e Sefforis, a pochi chilometri da Nazaret in onore di Augusto. Penna, tuttavia, snocciola una serie di dati da cui si capisce che anche questi centri non potevano essere greci, perche' non vi sono state trovate iscrizioni in greco, le monete coniate da Erode non hanno immagini umane, ma solo simboli ebraici e cosi' via.
Il discorso di Penna e' molto preciso, ma e' il metodo che e' discutibile: le scoperte archeologiche, da sole, non ci dicono nulla, sono lettera morta. Devono essere inserite in un modello esplicativo per avere un significato: Penna parte dal presupposto che si possano distinguere con precisione due entita', che chiama "giudaismo" ed "ellenismo". Personalmente, preferisco pensare che questa distinzione netta non sia mai esistita, ma che tutti nel primo secolo dopo Cristo in terra d'Israele fossero ellenizzati, con infinite gradazioni. Lo schema scelto da Penna si rivela insufficiente a spiegare molti dati: per esempio, proprio oggi, l'Agenzia Archeologica Israeliana ha annunciato che a Tiberiade e' stato portato alla luce un teatro, fatto costruire da Erode, di stile greco-romano che poteva ospitare 7000 spettatori. Gli stessi archeologi non si capacitano di come una citta' cosi' "giudaica" potesse avere qualcosa di cosi' "pagano": a questo punto potremmo immaginare il giovane Gesu' che se ne va in serata a Tiberiade per vedere la Medea di Euripide.

venerdì 18 settembre 2009

Come si studia la storia della religione

La polemica sull'ormai famoso Vangelo di Giuda non si spegne mai. Alcuni giorni fa ho scoperto una nuova discussione fra Robert Eisenman e April DeConick. Eisenman, in un pirotecnico articolo (sull'Huffington Post!), ha accusato DeConick di essere una studiosa "conservatrice" perche' avrebbe tentato di "ridemonizzare Giuda", sostenendo che nel Vangelo di Giuda il protagonista non e' una figura positiva (come invece avevano affermato i primi traduttori del testo, per esempio nel famoso documentario del National Geographic). La risposta, abbastanza piccata (qui), gira tutta attorno al fatto che il lavoro storico di DeConick sarebbe "neutro" e libero da ogni interesse, di qualunque tipo esso sia.
Mi pare che la cosa vada al di la' della discussione sul Vangelo di Giuda (che personalmente trovo estremamente gonfiata, rispetto alle sue reali proporzioni) e meriti alcune riflessioni sul metodo di chi fa ricerca storica applicata a temi religiosi. Sia Eisenman che DeConick hanno cosa importanti da dire, ma, per motivi diversi, penso che entrambi sbaglino. Eisenman ha tutte le ragioni del mondo nel dire che la figura di Giuda e' stata costruita dagli autori cristiani per attaccare gli Ebrei: in questo senso e' giustissimo puntare il dito sulla piaga ed affermare che "costruzioni" teologiche di questo genere hanno giustificato e motivato per secoli le persecuzioni contro gli Ebrei. DeConick ha ragione nel dire che la ricerca non dovrebbe essere guidata da presupposti teologici, ma mi pare che sia pericolosamente superficiale affermare che si possa essere "neutri": soprattutto quando si lavora ad un certo livello, bisognerebbe essere piu' che attenti alle conseguenze delle proprie affermazioni.
D'altra parte, la prima scelta con conseguenze politiche e culturali estremamente importanti e' proprio quella del metodo. Si consideri il caso del ragionamento di Eisenman (non nuovo a formulare ipotesi che si potrebbero definire eufemisticamente strampalate): io voglio riscattare Giuda e quindi devo a ogni costo trovare nel testo del Vangelo di Giuda degli elementi positivi. Ma questo deve valere anche se poi si finisce a presentare un ragionamento forzato e chiaramente privo di prove? Mi pare che in questo modo si faccia il gioco di quelli che dicono che la storia vale tanto quanto la teologia perche' alla fine non esiste alcuna forma di oggettivita'. Io invece sarei d'accordo con la conclusione che Ms. Acocella (maltrattata non poco da Eisenman perche' non e' una specialista accademica) ha messo al suo articolo su Giuda nel New Yorker: "(Il fondamentalismo) e' un'idea infantile cosi' come l'illusione che lo si possa combattere correggendo i nostri libri sacri. Questi libri, per prima cosa, sono tanto antichi che noi comprendiamo a mala pena che cosa intendessero dire i loro autori ... In fondo, perfino i fondamentalisti non li prendono alla lettera. La gente interpreta, e imbroglia. La risposta non e' aggiustare la Bibbia, ma aggiustare noi stessi."

giovedì 17 settembre 2009

Giunia, la prima apostola

Oggi sono stato seduto per quasi due ore (durante la discussione di un capitolo di una tesi dottorale) a fianco di Eldon Jay Epp e in suo onore (e' una persona squisita e davvero amichevole) vorrei scrivere un post sul suo ultimo libro (Junia, the First Woman Apostle) che ha cambiato definitivamente il nostro modo di guardare al Nuovo Testamento e alla sua storia.
Mark Goodacre (ottimo, come spesso accade) ha recentemente registrato nel suo podcast una puntata su questo interessante problema (ascoltate qui, se vi interessa sentire la sua opinione). Nell'ultimo capitolo della Lettera ai Romani Paolo saluta un gruppo di persone a lui note nella comunita' romana: fra questi, al versetto 7, egli menziona due personaggi, Andronico e Giunia, con parole di lode, dicendo, fra l'altro che essi sono "illustri fra gli apostoli". Il secondo nome ha sempre costituito un interessante problema, perche' appare in accusativo nel testo (Iounian) e quindi potrebbe, in teoria, derivare tanto dal femminile (Iounia) quanto dal maschile (Iounias). Ovviamente, dato il carattere maschilista di gran parte della storia del cristianesimo, in tempi moderni si e' sempre dato per scontato che si trattasse di un uomo: sarebbe possibile che ci sia stato un apostolo in gonnella? Di recente, molti studiosi, fa i quali in particolare Epp, hanno ripreso in mano la questione e hanno chiarito senza ombra di dubbio che il nome era femminile, semplicemente perche' nell'antichita' non si trova nessun uomo che porti il nome Iounias. Ci sono assurde e risibili contorsioni interpretative compiute dagli evangelici piu' conservatori per negare che si tratti di una donna apostolo, ma non vale nemmeno la pena di parlarne qui.
Al contrario, ho notato con piacere che la versione italiana della Bibbia CEI ha il nome Giunia gia' nella edizione degli anni '70. Ma niente paura: non pensate che il Vaticano sia stato preso d'assalto nottetempo da una masnada di liberali estremisti. La CEI puo' accettare che ci sia una donna apostolo perche' alla fine, per i veri cattolici, quello che dice Paolo non conta niente e di sicuro non obbliga a cominciare ad ordinare le donne-sacerdote (a differenza che per gli evangelici, per cui la parola di Paolo e' legge). I preti sono solo uomini perche' loro sono gli eredi dei 12: nonostante quello che si crede comunemente i 12 e gli "apostoli" sono due gruppi ben distinti in tutto il Nuovo Testamento ed erano, a quanto pare, tutti uomini.

martedì 15 settembre 2009

Terza lezione apocalittica

Tra i piu' grandi studiosi del Primo libro di Enoch si possono contare due italiani, Paolo Sacchi e Gabriele Boccaccini. Nonostante molti dei libri di Sacchi, professore emerito dell'Universita' di Torino, siano ormai tradotti in inglese e nonostante il fatto che Boccaccini abbia da tempo una cattedra alla University of Michigan, una delle piu' prestigiose degli Stati Uniti, il loro lavoro e' ancora assai poco conosciuto su questa sponda dell'Atlantico.
Tanto Sacchi quanto Boccaccini (che e' stato allievo di Sacchi) partono da una lettura del Libro dei Vigilanti, la prima sezione di quello che oggi chiamiamo Primo libro di Enoch. I "vigilanti" sono angeli che hanno questo nome, perche' passano l'eternita' contemplando Dio seduto sul suo trono senza alcuna interruzione, nemmeno per dormire. Questa contemplazione e' ovviamente concepita come il massimo grado di felicita' raggiungibile per un essere vivente, ma Enoch scopre che i Vigilanti hanno in effetti abbandonato per un attimo la loro contemplazione e hanno volto gli occhi verso la terra. Qui hanno notato la bellezza delle "figlie degli uomini" e sono immediatamente stati presi da un irrefrenabile desiderio sessuale. Spinti da tale impulso, i Vigilanti scendono nel mondo materiale e cominciano ad accoppiarsi con le donne generando una schiera di giganti, esseri mostruosi perche' nati dall'unione proibita fra esseri umani e sovrumani. I giganti, che producono spargimenti di sangue e uccisioni, sono sterminati da Dio con il diluvio universale, ma i loro spiriti, semi-divini, sopravvivono e continuano a perseguitare gli umani producendo sofferenze e dolori.
Questa storia puo' apparire del tutto folle, ma guardando bene se ne trova una traccia anche nella Bibbia ebraica: precisamente nel libro della Genesi (6:1-4) dove si dice chiaramente che "i figli di Dio videro la bellezza delle figlie degli uomini e se le presero come mogli". Si discute molto se il testo della Genesi abbia dato lo spunto a Enoch oppure se in Genesi sia rimasto solo un frammento di una storia molto piu' antica: in ogni caso, Sacchi ha fatto notare che la storia dei Vigilanti da' un'interpretazione tutta particolare sull'origine del male che sarebbe venuto nel mondo in seguito ad eventi su cui gli umani non avevano alcun controllo. Questo sarebbe totalmente opposto all'idea sull'origine del male che si puo' leggere nella Genesi dove il famoso mito di Adamo ed Eva ha un carattere tutto diverso: la' gli esseri umani sono liberi e responsabili in prima persona del male che entra nel mondo.

domenica 13 settembre 2009

La questione dei cibi II

Come ho scritto nel precedente post, il problema storico piu' interessante e' carcare di capire come e perche' i primi cristiani abbiano abbandonato le norme dietetiche tipiche dell'Israele del primo secolo. Bisogna sgombrare subito il campo da un fraintendimento: di certo, possiamo affermare che Gesu' non ha mai fatto o insegnato nulla che contravvenisse alla legge di Mose' su questo punto. Le testimonianze dei Vangeli canonici sono piuttosto tarde, ma in essi non si trova nessun episodio in cui Gesu' rompa inequivocabilmente con la tradizione, per esempio mangiano carne impura come quella del maiale o come quella di un animale che fosse stato in precedenza sacrificato ad una divinita' greco-romana. L'unica storia che ha una certa possibilita' di derivare dal "Gesu' storico" e' quella che si trova al capitolo 7 di Marco, quando Gesu' discute con alcuni farisei se sia giusto o meno purificarsi e purificare le stoviglie prima di prendere cibo. In questo caso, tuttavia, non si tratta tanto di una divergenza in merito alla Legge (in effetti nella Bibbia ebraica questo aspetto della purificazione non e' menzionato), ma piuttosto di un dibattito su come la Legge debba essere applicata. Il Talmud e' pieno di discussioni di questo tipo condotte fra i vari rabbini dei primi secoli dopo Cristo e in questo senso Gesu' agisce anche lui come un rabbino ebreo assumendo una posizione piuttosto liberale sulla questione.
Che Gesu' non avesse lasciato alcun comando riguardo alle norme dietetiche e' chiaro anche da una lettura degli Atti degli apostoli, che sono senz'altro piu' tardi e che costruiscono una complicata storia (su cui torneremo) per spiegare come si sia arrivati all'abbandono dei precetti di Mose'. In realta', le piu' antiche informazioni sul fatto che i cristiani non rispettassero questi divieti ci vengono dalle lettere di Paolo, il quale si trova spesso a discutere questo argomento od altri analoghi, come quello della circoncisione. Un caso esemplare si trova nella Prima lettera ai Corinzi nei capitoli 8-10 (scritta con ogni probabilita' alla fine degli anni 50): Paolo parla lungamente del fatto che nella comunita' di Corinto ci sono stati dissensi perche' alcuni membri si sentono liberi di mangiare le carni sacrificate agli idoli. La risposta di Paolo e', come spesso accade, un capolavoro di confusione, ma si puo' dedurre con certezza che egli pensava che norme di questo tipo non dovessero essere piu' rispettate perche' la resurrezione di Cristo aveva eliminato la necessita' di seguire la Legge per salvarsi. Negli stessi tre capitoli, pero', Paolo sembra anche dare ragione a quelli che ritenevano pericoloso mangiare cibi di questo tipo: egli infatti ammette che i sacrifici pagani mettono in comunicazione con i demoni e che chi mangia la carne dei sacrifici potrebbe cadere sotto il dominio demoniaco (una posizione molto diffusa fra i cristiani nell'antichita'). Come vedremo piu' avanti, questo e' un punto decisivo per la teologia paolina e l'apostolo dei Gentili dovra' parlarne ancora nelle sue lettere.

sabato 12 settembre 2009

Convegno sull'ellenizzazione del cristianesimo

Con grande piacere ho scoperto che il convegno della Associazione Biblica Italiana, che si svolge in questi giorni a Novara, e' stato interamente messo on-line dalla Associazione culturale della Diocesi di Novara (qui). E' una bellissima cosa poter ascoltare i lavori anche da lontano e per questo aggiungero' qualche commento alle relazioni piu' interessanti.
Il convegno e' dedicato quest'anno a uno dei temi piu' classici degli studi neotestamentari: l'ellenizzazione del cristianesimo. Il primo intervento, che pone i fondamenti della questione, e' affidato al prof. Giorgio Jossa, dell'Universita' di Napoli. Si tratta di una lezione assai articolata e ricchissima di spunti molto interessanti, da parte di uno degli storici del cristianesimo antico piu' attivi al momento in Italia. Jossa senza alcun dubbio parte con il piede giusto e dimostra come parlare ancora oggi di "ellenizzazione del cristianesimo" abbia ben poco senso. Il concetto era stato creato piu' di centocinquant'anni fa dagli studiosi luterani tedeschi: questi grandi ritenevano che l'intera storia del cristianesimo dipendesse dall'opposizione fra ellenismo universalista e umanitario e giudaismo chiuso in se stesso e legalista. Il "vero" cristianesimo sarebbe nato quando ci si libero' dalle costrizioni della Legge (che molti identificavano implicitamente anche con il cattolicesimo). Questo schema e' totalmente teologico e puzza anche un po' di anti-semitismo e oggi va senz'altro abbandonato.
Jossa si avvia bene, ma poi mi sembra che non faccia altro che riprendere questa vecchia opposizione: parla di visioni contro insegnamento, ma questa e' esattamente la stessa cosa che pensavano gli studiosi dell'Ottocento quando parlavano di liberta' e entusiasmo contro legalismo e tradizionalismo. Mi sembra che sarebbe stato piu' coerente dire che i concetti stessi di cristianesimo e giudaismo sono prodotti dell'ellenizzazione di Israele e infatti vediamo dalle nostre fonti che essi compaiono solo nel secondo secolo. Prima di allora non esistono ne' cristiani ne' ebrei. Infatti, per dimostrare il proprio punto di vista, Jossa deve riferirsi a quegli "ellenisti", Stefano e compagni, di cui parlano i primi capitoli degli Atti degli apostoli, ma anche qui si ripetono gli stessi problemi. Per me (e anche per molti altri studiosi ormai) gli Atti sono stati scritti all'inizio del secondo secolo e la loro affidabilita' storica e' assai scarsa. Per come la vedo io anche gli "ellenisti" sono una creazione di Luca che non sapeva bene cosa dire sugli inizi del cristianesimo perche', anche lui come noi, aveva ben poche fonti di informazione.

venerdì 11 settembre 2009

Come si deve insegnare la religione?

Oggi avevo intenzione di scrivere qualcosa su di un articolo recentemente pubblicato su "Bible and Interpretation" da Philip Davies, un celebere esperto della Bibbia ebraica dell'universita' di Sheffield. Poi ho visto sui giornali italiani che il Vaticano ha espresso ancora una volta il suo parere sulla vicenda dell'insegnamento della religione nelle scuole. Mi sembra che le due cose siano arrivate al momento giusto e mi pare quindi il caso di dire alcune parole in merito.
L'articolo, dal titolo "Are There Ethics in the Hebrew Bible?" ("C'e' un'etica nella Bibbia ebraica?", che potete leggere qui), e' concepito come una risposta assai pepata all'idea, sostenuta da alcuni apologeti, che un credo religioso sia l'unico fondamento possibile per una vita morale. Davies, analizzando la Bibbia ebraica, giunge alla conclusione che non c'e' alcuna vera etica nei libri ispirati, perche' tutte le cose giuste sono sempre e solamente comandi divini, mentre la vera morale in senso moderno si ha solo quando si e' capaci di decidere autonomamente che cosa e' giusto e cosa e' sbagliato. Questo dipende in gran parte dal fatto che i libri biblici sono stati scritti da uomini che vivevano sotto monarchie assolute e quindi consideravano piu' importante di tutto la capacita' di obbedire e stare zitti.
Per onesta', devo aggiungere che la situazione del Nuovo Testamento non mi sembra molto diversa: si fa davvero fatica a trovare passi del canone in cui la carita' non sia altro che paternalismo. La conseguenza e' che, per esempio, gran parte della dottrina sociale della Chiesa cattolica e' in fondo paternalista e che questa "morale" si adatta molto bene all'atteggiamento di Berlusconi, per niente democratico, ma tipico di un signorotto medievale o rinascimentale che, di tanto in tanto, si impietosisce generosamente per le sofferenze di uno dei suoi "sudditi".
Davies ha una conclusione molto efficace: la morale biblica e' in contrasto con i valori di una societa' libera e democratica e quindi i credenti devono cercare di selezionare (come gia', comunque, facevano i Padri della Chiesa) qua e la' i passi che sono accettabili e quelli che vanno eliminati.
In questa prospettiva e' davvero rivelatore il fatto che il Vaticano prenda posizione sull'insegnamento della religione e dica che quello che si fa oggi non puo' essere sostiuito "con lo studio del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa". Per quale motivo? La sostituzione "potrebbe generare relativismo o indifferentismo religioso"! Mi pare che cio' confermi in pieno il giudizio di Davies.

giovedì 10 settembre 2009

Seconda lezione apocalittica

Per la lezione di oggi era richiesta la lettura del Primo libro di Enoch, uno dei cosiddetti "apocrifi dell'Antico Testamento", vale a dire libri che hanno per protagonisti personaggi della Bibbia ebraica, ma non sono stati inclusi nel canone. In effetti, il Libro di Enoch e' forse l'apocrifo per eccellenza, quello che con la sua scoperta ha totalmente rivoluzionato il nostro modo di intendere la storia del giudaismo e del cristianesimo.
Il testo era completamente perduto e ne rimanevano solo accenni qua e la' in altre opere: per esempio, la Lettera di Giuda, un libro del Nuovo Testamento assai poco conosciuto, cita (versetti 14-15) Enoch come un libro ispirato e quindi crea non pochi problemi a quelli che ritengono che la dottrina del canone biblico sia gia' presente nella Bibbia. Comunque, alla fine del '700 un esploratore inglese ritrovo' il Libro di Enoch in Etiopia, l'unico luogo in cui esso era stato conservato nella sua interezza, anche se ovviamente tradotto (e' interessante notare che, a tutt'oggi, il Libro di Enoch e' considerato un'opera divinamente ispirata dalle chiese cristiane etiopi). Il testo fu poi pubblicato e studiato in Europa per tutto l'Ottocento, ma naturalmente nessuno pensava che fosse molto antico: probabilmente, si diceva, sara' una brutta copia del Libro di Daniele (che e' nel canone). Tutto fu rivoluzionato dalla scoperta dei manoscritti di Qumran nel 1948: fra i molti rotoli trovati sulle sponde del Mar Morto, si rinvennero infatti anche diverse copie frammentarie della versione originale, in aramaico, di Enoch. Si scopri', fra lo stupore generale, che alcune parti del Libro di Enoch risalivano almeno all'inizio del secondo secolo avanti Cristo, mentre Daniele e' stato scritto verso la meta' del secolo. La situazione risultava completamente ribaltata: era stato l'autore di Daniele a scopiazzare Enoch e ora Enoch diventava la piu' antica fra le apocalissi, il modello per tutti gli altri scritti giudaici e cristiani dello stesso genere.
Questa storia e' molto importante non solo perche' rivela il peso dei pregiudizi teologici nello studio storico, ma anche perche' mette in risalto l'importanza del Libro di Enoch, che contiene dottrine e espressioni che avrebbero poi profondamente influenzato gli scritti del cristianesimo antico. Se volete dare un'occhiata al testo di Enoch, in italiano e' disponibile una eccellente traduzione inclusa nella raccolta "Apocrifi dell'Antico Testamento" edita da Paolo Sacchi (il testo fu pubblicato una prima volta in due prestigiosi volumi della UTET e piu' di recente riedito in agile formato tascabile dalla TEA).

martedì 8 settembre 2009

L'ossario di Giacomo



Oggi sul Times e' comparso l'ennesimo articolo che ci dovrebbe ragguagliare sullo stato del processo che concerne Oded Golan, un antiquario israeliano, che sarebbe responsabile della falsificazione del cosiddetto "ossario di Giacomo" (vi lascio alla lettura del pezzo, se siete interessati alle questioni processuali: molto tecniche).
Questo oggetto, che vedete nella foto, apparve nel 2002, quando Golan annuncio' di averlo comprato da un mercante arabo: la cassettina di pietra porta una iscrizione in aramaico ("Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesu'") e molti insigni epigrafisti giudicarono che, dalla forma delle lettere, doveva trattarsi di una iscrizione del I secolo dopo Cristo. In seguito, tuttavia, la Autorita' Israeliana per l'Archeologia accuso' Golan di aver falsificato l'oggetto e di essere per di piu' responsabile di un gran numero di falsi, che, in conbutta con una rete di complici, egli avrebbe piazzato in musei e collezioni di tutto il mondo. La polemica e' subito divampata intensa soprattutto nel mondo anglosassone e il processo a Golan si trascina da un po' di tempo. Nel frattempo, ancora nel 2007, il Discovery Channel ha trasmesso un documentario nel quale si sosteneva che l'ossario sarebbe la prova definitiva dell'esistenza storica di Gesu' di Nazaret.
Naturalmente, su una cosa del genere i commenti ideologici e le prese di posizione guidate piu' dall'ispirazione teologica che dallo studio metodico si sprecano: per esempio, oltre a quelli che vogliono usare l'ossario per provare l'esistenza di Gesu', ci sono moltissimi evangelici americani che lo impiegano in funzione anti-cattolica. Se l'ossario e' autentico, allora si dimostra che Gesu' aveva un fratello, Giacomo, e tutti i dogmi della verginita' di Maria e dell'infallibilita' papale andrebbero a gambe all'aria.
Personalmente, non saprei pronunciarmi sulla cosa in se', ma, con molti altri, farei una considerazione a monte: tutti i nomi citati nell'iscrizione erano estremamente comuni nell'Israele del tempo di Gesu'. Chi ci dice che fossero proprio quelli della famiglia del Nazareno?Come se fra 2000 anni si trovasse una pietra tombale con scritto "Giovanni, figlio di Giuseppe, fratello di Marco". Chi potrebbe assicurare che si tratta della tomba di Giovanni Bazzana?
In questo e in altri casi simili si dimostra come il sensazionalismo gonfiato dai media abbia facilmente la meglio sullo studio serio, che, poverello, e' sempre noioso, lungo e incerto nei risultati.

lunedì 7 settembre 2009

Il millennio II

Nel post precedente ho cercato di spiegare come l'idea del regno millenario sia contenuta nel Nuovo Testamento e in particolare nell'Apocalisse di Giovanni. Ora vorrei dire qualcosa sulle fonti bibliche, e non, da cui Giovanni puo' aver ricevuto questa dottrina.
Quasi tutti gli studiosi concordano nel pensare che, quando si parla del regno dei 1000 anni, si deve pensare a una mescolanza nata dall'intepretazione di due distinti passi della Bibbia ebraica. Il primo e' un versetto di un salmo (90:4), che dice che agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che e' passato: non c'e' dubbio che questo versetto dovesse avere una notevole importanza per i primi cristiani, dal momento che esso e' citato pari pari nel Nuovo Testamento, dall'autore della Seconda lettera di Pietro (3:8): "Una cosa pero' non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno e' come mille anni e mille anni sono come un solo giorno". L'intero brano della lettera ha un contenuto decisamente apocalittico e questo fa capire che la citazione del salmo deve in qualche modo essere legata alla fine del mondo, ma come si compie questo scatto ulteriore?
Entra quindi in gioco un altro passo della Bibbia: la famosa storia della creazione del mondo in sette giorni raccontata nel primo capitolo della Genesi. Si interpreta questo capitolo in modo tale che non si riferisca solo ai primi sette giorni del mondo, ma all'intera esistenza del mondo: ai sette giorni corrispondono, come dice anche il salmo, settemila anni. Nei primi seimila Dio "lavora" e quindi mantiene in esistenza l'universo con tutte le sue tribulazioni, ma l'ultimo millennio e' quello in cui Dio si "riposa" e concede un periodo di riposo anche ai giusti che lo hanno servito per tutto il tempo precedente.
E' questo concetto che ha spinto molti a calcolare la cronologia del mondo secondo la Bibbia nel tentativo di prevedere quando sarebbero scattati i 6000 anni e sarebbe finalmente venuta la fine. E' questa idea che spinge ancora alcuni fondamentalisti a negare le datazioni dei fossili preistorici, perche' altrimenti sarebbe impossibile affermare che il mondo non ha piu' di 5000 anni.

domenica 6 settembre 2009

La separazione del cristianesimo dal giudaismo: la questione dei cibi

Alcuni giorni fa un gentile lettore o lettrice ha chiesto informazioni sulle norme dietetiche nel cristianesimo e sulla loro differenza rispetto al giudaismo. E' un argomento che certamente merita un esame molto attento. Negli ultimi anni, gli studiosi si sono molto interessati alla questione della separazione del cristianesimo dal giudaismo: quando questa sia effettivamente avvenuta, per quali motivi e sottolineando quali differenza fra le due "religioni". Si sono versati fiumi di inchiostro arrivando a chiarire alcuni elementi, ma lasciandone anche altri tuttora irrisolti.
Non c'e' alcun dubbio che, a questo proposito, la questione dei cibi (e anche delle bevande) sia di importanza centrale. Per gli studenti in genere e' difficile capire come si possa dare tanta importanza a cosa si mangia, quando lo si mangia e con chi lo si mangia. La cosa e' comprensibile nel contesto americano, dove nemmeno le famiglie in genere si ritrovano assieme per il pranzo o la cena e dove spesso si mangia al tavolo di lavoro, arrivando o tornando dall'ufficio, eccetera, eccetera. Penso che per il lettore italiano sia piu' facile capire, perche' alcune usanze sono forse ancora rispettate da alcuni (ad esempio, il fatto che le famiglie tendano a cenare insieme ad un orario generalmente fisso).
Cerco sempre di far capire che la situazione nell'antichita' doveva essere l'opposto di quella americana: si poteva mangiare solo con certe persone, solo certi cibi e solo in tempi ben determinati. Tutto questo serviva a creare un'identita' di gruppo che gli uomini e le donne dell'antichita' consideravano necessaria per la sicurezza e il benessere di loro stessi e dei loro cari. Nel caso degli Ebrei (ma non solo), il tutto assumeva anche un carattere religioso, perche' questi regolamenti erano stati codificati come comandamenti divini.
Noi sappiamo che ad un certo punto i cristiani, che erano inizialmente tutti Ebrei osservanti a quanto pare dai documenti a nostra disposizione, hanno cominciato ad abbandonare le pratiche dietetiche seguite dagli altri Ebrei (il caso dell'Islam e' diverso perche' pare che Maometto, molto influenzato dal giudaismo nei primi tempi della sua predicazione, abbia deciso di mantenere la validita' di questi precetti). E' chiaro che, facendo questo, i cristiani si mettevano decisamente fuori dal giudaismo e potremmo dire che questo e' stato uno dei passi decisivi verso la separazione delle due religioni. Il problema storico qui e' stabilire quando, come e perche' i cristiani abbiano deciso di non ubbidire piu' alle regole dietetiche: le testimonianze che abbiamo sono assai contraddittorie e ci danno un immagine problematica degli eventi. Nei prossimi post cerchero' di descrivere un poco meglio questo problema.

sabato 5 settembre 2009

I brani peggiori della Bibbia

Un paio di giorni fa, mi ha molto colpito un articolo apparso sul Times on-line, in cui si parla di un sito internet inglese che avrebbe fatto un sondaggio fra i lettori per stabilire quale sarebbe il versetto peggiore della Bibbia, quello che si sarebbe volentieri lasciato fuori (per l'articolo, si puo' vedere qui).
I risultati non sono sorprendentissimi, ma di sicuro inducono a riflettere. Al primo posto si colloca un versetto della Prima lettera a Timoteo (2:12), tradizionalmente attribuita a Paolo, in cui l'autore dice: "Non permetto alla donna di insegnare, ne' di dominare sull'uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo" (questa e' la traduzione piuttosto addomesticata della CEI; qualcun altro traduce direttamente "se ne stia zitta").
Secondo si piazza il famoso versetto del Primo libro di Samuele (15:3), in cui Dio incita Israele a sterminare tutti gli Amaleciti, uomini, donne e bambini, con anche gli asini e i buoi. Sul podio anche (un po' a sorpresa, direi, perche' non mi sembra piu' molto usato) uno dei comandi di Esodo (22:17), che dice testualmente: "Non lascerai vivere colei che pratica la magia".
Menzioni, naturalmente, anche per il raccapricciante versetto che chiude il Salmo 137, quello famoso per le cetre appese dagli Israeliti in esilio ai rami dei salici di Babilonia: "Figlia di Babilonia, devastatrice, beato chi ti rendera' quanto ci hai fatto, beato chi afferrera' i tuoi piccoli e li sfracellera' contro la pietra". Ricordati, come c'era da aspettarsi, anche i versetti che invitano le mogli ad essere sottomesse ai mariti e gli schiavi ai loro padroni. Non manca anche il famoso attacco di Paolo contro l'omosessualita' maschile (Romani 1:27): "Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni con gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo cosi' in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento".
Non mi sembra che ci sia niente di nuovo qui: tutti sappiamo che la Bibbia contiene delle cose che possono essere, per la nostra sensibilita' moderna, urtanti, inaccettabili, o perfino disgustose. Non direi nemmeno che questo mette in qualche modo in crisi l'idea che la Bibbia sia un testo ispirato: la teologia ha trovato molte riposte sensate per questi problemi. Quello che mi ha piu' fatto riflettere e' proprio il carattere dei versetti che sono stati citati nella graduatoria: la scelta sarebbe davvero condivisibile per tutti? Non c'e' dubbio che l'infanticidio e la caccia alle strege sono ormai condannate unanimemente, ma potremmo dire lo stesso del dominio degli uomini sulle donne o della criminalizzazione dell'omosessualita'?

giovedì 3 settembre 2009

Prima lezione apocalittica

Ho cominciato oggi il corso sulla letteratura apocalittica: meno studenti di quanti me ne sarei aspettati, ma quelli che c'erano si sono mostrati molto interessati e penso potrebbero formare un buon gruppo di lavoro per il futuro. Vi scrivo un po' di cosa ho parlato questa mattina in modo tale da chiarirmi un pochino le idee e vedere se avete dei suggerimenti interessanti per migliorare l'offerta formativa.
Dopo la rituale spiegazione del syllabus e dell'organizzazione generale del corso, ho pensato fosse il caso dire due parole sulla definizione di "letteratura apocalittica", per chiarire l'oggetto di studio che ci si trova davanti e accennare ad alcuni dei temi generali che trattero' in seguito.
Anche se cosa sia una "apocalisse" pare evidente a chiunque, in realta' la questione presenta molti problemi per i teologi e gli storici. Negli anni '50, uno dei piu' grandi studiosi del secolo scorso, Ernest Kasemann, in una conferenza molto provocatoria disse che "l'apocalittica era stata la madre di tutta la teologia cristiana". Nonostante questo, nel 1970, un altro tedesco, Klaus Koch, scrisse un libro dal titolo "Ratlos vor der Apokalyptik" (tradotto in italiano nel '78 come "Difficolta' dell'apocalittica", ma in realta' vuol dire "Perplessi davanti all'apocalittica") nel quale mostrava come chi parlava del genere letterario apocalittico in verita' pensasse a dottrine escatologiche e chi invece parlava di dottrine escatologiche pensava in verita' ad un genere letterario.
In questa confusione, i testi antichi non ci aiutano per niente: se infatti pensate all'Apocalisse di Giovanni (che dovrebbe essere l'apocalisse per eccellenza), la parola greca apokalypsis compare nell'intero testo una sola volta (e' proprio la prima del primo versetto: che sia il titolo?), ma quando Giovanni alla fine deve definire che cosa e' il suo libro (22:10) ci dice che si tratta di una "profezia"!
Coll'intenzione di trovare una soluzione, negli anni '70, un gruppo di studiosi americani formo' una commissione che doveva elaborare una definizione condivisa di "apocalisse", senza riferimenti a dottrine o opinioni teologiche. Il risultato fu pubblicato nel 1979 e da allora e' piu' o meno condiviso da tutti. La "apocalisse" e' un "un tipo di narrazione in cui una rivelazione e' comunicata ad un ricevente umano attraverso un mediatore sovrumano e la rivelazione riguarda una realta' trascendente che e' sia temporale (in quanto parla di una salvezza escatologica) sia spaziale (in quanto parla di un mondo altro, soprannaturale)".
Mentre stavo commentando questo punto mi e' finito il tempo: alla prossima settimana!

martedì 1 settembre 2009

Il millennio I

Tempo fa, una gentile lettrice ha chiesto qualche informazione supplementare sul tema del regno millenario e sulla sua presenza nel testo dell'Apocalisse di Giovanni. Questo e' uno degli aspetti del libro che ha piu' influenzato il successivo pensiero cristiano e che ha suscitato piu' controversie fra teologi e uomini di chiesa: per questo motivo, mi pare il caso di non ridurre la questione a una singola, breve risposta, ma di dedicare alcuni post alla cosa.
Anzitutto, bisogna dire che, rispetto al ruolo che le dottrine millenariste hanno avuto e hanno nella storia del cristianesimo, la loro presenza nell'Apocalisse non e' piu' che un breve accenno. Si tratta di pochi versetti sui quali si sono versati fiumi di inchiostro: all'inizio del capitolo 20 del nostro libro si descrive quello che accadra' dopo che le armate demoniache dell'Anticristo saranno state sconfitte da Cristo nella battaglia di Armagheddon (capitolo 19). Giovanni ci dice che un angelo scendera' dal cielo e imprigionera' il "serpente antico", il demonio, nell'inferno per un periodo di tempo limitato, 1000 anni. Dopo il millennio, il demonio sara' liberato un'ultima volta e condurra' tutte le genti della terra (Gog e Magog) contro i giusti nella battaglia definitiva.
Questi sono i tempi scanditi nell'Apocalisse, ma cosa succede durante i 1000 anni di prigionia del demonio? E perche' c'e' questo intervallo? Il testo dice (al versetto 4) che all'inizio dei 1000 anni i giusti risorgeranno, ma bisogna notare che questi giusti sono solo coloro che hanno dato la vita per non ubbidire alle imposizioni dell'Anticristo (adorarlo, ricevere il suo marchio...). La tradizione millenarista successiva ha interpretato che questa "prima resurrezione" (versetto 5) e' riservata ai soli martiri, mentre tutti gli altri dovranno rimanere morti aspettando la "seconda resurrezione" che si verifica solo dopo il millennio (versetti 12-13). Quindi i 1000 anni sono un periodo nel quale Cristo e i martiri risorti possono regnare prima della conclusione definitiva della storia che avverra' solo dopo. Questa dottrina, che viene tecnicamente chiamata "millenarismo", si appoggia anche su di un passo della Prima lettera ai Corinzi di Paolo: nel capitolo 15, al versetto 25, Paolo dice che e' necessario che Cristo regni fino ad avere annientato tutti i suoi nemici, l'ultimo dei quali sara' la morte. Da qui si deduce che il regno di Cristo deve durare per un periodo di tempo limitato (1000 anni) e che poi egli lo cedera' a Dio Padre. Questo e' tutto quello che si trova nel Nuovo Testamento: vedremo prossimamente come la dottrina si e' sviluppata nel cristianesimo antico e non.