
Proprio mentre scrivevo qui sul nodo complesso della schiavitu' in Paolo, su alcuni blog circolava questa clip che riporta un frammento di discussione del comitato che ha preparato una nuova e recente traduzione inglese della Bibbia, la English Standard Version. La ESV e' una versione che si presenta come un aggiornamento della King James Version e quindi ha una linea piuttosto letteralista e conservatrice. Coerentemente, il comitato che ha curato la traduzione e' interamente composto da evangelici. Nella breve clip menzionata sopra troviamo uno stralcio della discussione relativa a 1 Cor 7 e, in particolare, al problema di come rendere in inglese il termine doulos, che compare alcune volte nel capitolo.
In conclusione, i membri del comitato decidono, a maggioranza, di rendere il termine, non con l'ovvio e naturale "slave" ("schiavo"), ma con "bondservant", una parola il cui significato (mi ha confortato vederlo, visto che non ho la piu' pallida idea di come tradurla in italiano) non e' chiaro nemmeno agli inglesi. La decisione, e le motivazioni offerte nella clip, hanno suscitato non poche critiche (di cui si possono leggere due esempi interessanti qui e qui).
In ogni caso, l'opportunita' di avere un accesso cosi' diretto alle discussioni di un comitato di traduzione e' eccezionale e, quindi, vale la pena di fare alcune riflessioni sulle ragioni che hanno portato a rigettare "slave" preferendo invece l'astruso "bondservant". Uno dei membri del comitato, Wayne Grudem, professore di Bibbia e teologia al Phoenix Seminar, afferma verso la fine della clip che tradurre "schiavo" avrebbe importato nella traduzione delle nozioni estranee al testo e negative. I lettori avrebbero infatti pensato che Paolo avesse parlato di una schiavitu' come quella moderna (la ESV e' un prodotto diretto soprattutto al pubblico americano), mentre la schiavitu' "biblica", secondo Grudem, sarebbe stata completamente diversa: nel Nuovo Testamento la schiavitu' e' certamente temporanea, spesso volontaria(!), non basata sulla razza e accompagnata da considerevoli protezioni legali. A qualunque lettore che abbia una pur vaga idea della storia antica risultera' immediatamente chiaro che queste sono fanfaluche e come tali non meritano nemmeno di essere confutate.
Quello che invece e' importante notare e' il timore di "importare" qualcosa di "negativo" nelle parole di Paolo. Questo e' detto piu' chiaramente (e onestamente) all'inizio da C. John Collins, professore di Antico Testamento al Covenant Theological Seminary, che nota come, per un americano, sia difficile accettare la schiavitu' come una istituzione umanizzata ("humanized", altro termine che non riesco del tutto a capire) e che - punto dolente - si rischierebbe di arrivare a dire che i fedeli sono "schiavi" di Dio. Ma e' proprio cio' che Paolo dice in 1 Cor 7:22 ("chi e' stato chiamato da libero e' schiavo di Cristo"), confermandolo subito dopo (v. 23) quando aggiunge che i Corinzi sono stati "comprati" (come un oggetto, come gli schiavi dell'antichita') a caro prezzo.
Qui vale la pena di riconoscere che le traduzioni italiane (non solo quella della CEI) sono significativamente superiori, perche' non cercano di "nascondere" i reali termini della questione (sarebbe bello che facessero lo stesso anche quando traducono Romani 1:1, ma non si puo' chiedere troppo evidentemente). E' ovvio che una discussione di questo tipo mette in evidenza un problema che e' analogo a quelli esaminati in alcuni post recenti. E' chiaro che Paolo ama concettualizzare la relazione fra esseri umani e Dio come quella fra schiavi e padroni: possiamo considerare questa scelta teologica e ideologica ispirata oppure no?






