venerdì 24 settembre 2010

Nazisti atei?

La visita del Papa in Scozia e Inghilterra della scorsa settimana e' stata presentata da molti organi di informazione come un affare complesso, anche perche' un sentimeno anti-cattolico e' sempre piuttosto vivo in quel paese. Da tenere in conto c'era naturalmente anche il fatto che Ratzinger e' stato, molti anni fa, membro della Gioventu' hitleriana e quindi avrebbe potuto esporre il fianco ad ulteriori attacchi presso un'opinione pubblica che ancora sente molto viva l'eredita' morale della Seconda Guerra Mondiale.

Come c'era da aspettarsi, quindi, il Papa si e' mosso con molta diplomazia e tutto e' filato via liscio. Fra le mosse diplomatiche va anche annoverato l'accenno, contenuto nel discorso che Ratzinger ha tenuto incontrando la regina proprio appena giunto in Scozia: "Pure nella nostra epoca possiamo ricordare come la Gran Bretagna e i suoi capi si opposero ad una tirannia nazista che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità, specialmente gli ebrei, che venivano considerati non degni di vivere. [...] Mentre riflettiamo sui moniti dell’estremismo ateo del ventesimo secolo, non possiamo mai dimenticare come l’esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica conduce in ultima analisi ad una visione monca dell’uomo e della società, e pertanto a una visione riduttiva della persona e del suo destino".

Questa curiosa associazione fra nazismo e ateismo (piu' l'esclusione della religione dalla vita pubblica, che certo non e' mai stato un obiettivo politico hitleriano) e' stata commentata proprio ieri, su Religion Dispatches, da Susannah Heshel (professore a Dartmouth e autrice di un recente ed esplosivo libro dal titolo The Aryan Jesus: Christian Theologians and the Bible in Nazi Germany - Il Gesu' ariano: teologi cristiani e la Bibbia nella Germania nazista). L'articolo e' abbastanza lapidario nel mettere in luce l'ipocrisia della posizione di Ratzinger; basta citare qui solo un piccolo stralcio: "Dal punto di vista ebraico non fa nessuna differenza se l'ufficiale delle SS che uccise mia nonna ando' a Messa la domenica successiva o prese in giro Gesu' come un Ebreo patetico e codardo. Cio' che importa e' che la Chiesa non scomunico' mai quell'ufficiale e non proibi' mai ai cappellani di celebrare la Messa nei campi di concentramento".

E' chiaro che l'ammissione delle proprie colpe e' una virtu' cristiana estremamente ardua da praticare, ma (come gia' accaduto per la questione pedofilia, in cui si e' cercato di dare la colpa alla liberazione sessuale degli anni '60 e seguenti) arrivare perfino a dare all'ateismo la responsabilita' dei crimini nazisti mi sembra una mossa non molto saggia.

Update (25/09/2010): Un carissimo amico che insegna all'Universita' Cattolica di Milano mi informa, con un messaggio privato, che la storiografia piu' recente pare concorde nel ritenere l'eiminazione delle chiese cristiane un obiettivo politico di Hitler e della sua cerchia piu' stretta di consiglieri. Siccome ho estrema fiducia nell'opinione dell'amico sopraccitato, ho modificato il post, ma ci tengo a osservare che, anche in questo caso, la responsabilita' dei cristiani non ne esce diminuita (come, peraltro, evidenzia anche l'autore del messaggio). La cosa sarebbe stata sempre taciuta da Hitler per motivi di tattica politica, mentre, comunque, la grande maggioranza dei sostenitori del nazismo erano cristiani e non ebbero mai problemi nel conciliare le loro due lealta'. Un ulteriore interessante contributo, di segno leggermente diverso, si puo' leggere qui.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

Una delle motivazioni che si adducono nell'ambito storico è che le gerarchie dell'epoca si comportassero in quel modo per tutelare i cattolici tedeschi da pesantissime ritorsioni del regime nazista,mi chiedo che valore abbia questa motivazione e se è di natura storica oppure una mera invenzione,questo gli storici non lo dicono (oppure lo dicono ma non lo denunciano).

Claudio

Anonimo ha detto...

Quanto poi alla questione dell'equazione "ateismo=precarietà dei valori",c'e' da rilevare come tale equazione si ritorca pesantissimamente contro lo stesso sbraitore (Ratzinger),perchè se è vero che si rifiutano sistemi e tavole valoriali assolutistiche (di natura religiosa),è anche vero che tentare di stabilire cosa Dio pensa o cosa sia giusto o sbagliato pensando si associare al razionalismo una sorta di intuizione divina (Dio ispira certi valori e certa razionalità) diviene assai più arbitrario dello stabilire tavole valoriali comuni (ma non incontestabili) sulla base della razionalità giuridica e sociale,infine,nelle condanne di Ratzinger verso l'ateismo si cela anche la condanna verso il relativismo,ebbene,sempre sulla scorta della splendida lezione di stile e di pensiero della professoressa Roberta de Monticelli proprio nei meriti di queste questioni,è un controsenso ridurre il tutto a "opinioni" senza preoccpuarsi del vero o del falso,altrimenti manderemmo al macero secoli di logica,principi come quello di contraddizione,etc.etc,etc,ergo,il relativismo non significa affatto ridurre tutto a opinione,ma bens' utilizzare un metodo o uno strumento di natura razionale la quale non contraddice affatto l'esigenza logica di porre il problema del vero o del falso.

Claudio

McG ha detto...

Salve Prof. Bazzana,
le confesso che anche io sono rimasto basito del discorso del Papa circa l'accostamento di Nazisti ed Atei (ne ho anche parlato nel blog)
Intendiamoci, della Storia si fa sempre un uso strumentale, ma un conto è usare la storia a giustificazione di qualcosa, altro è inventarla o negarne gli avvenimenti.
Personalmente, nel discorso di Benedetto XVI, non vi ho visto solo ipocrisia ma anche una certa malizia (nell'accezione negativa del termine).

Saluti.

Tanzen ha detto...

Ritorno su Dostoevskij perché credo che qui rientri in gioco ancora una volta. La visione del Papa penso possa essere ricondotta all'idea, sostenuta più volte, secondo la quale l'estromissione di Dio dal mondo - di cui l'ateismo non è che un effetto - porti ad un vuoto morale che non può che tradursi in crimini orribili come quelli dei totalitarismi novecenteschi. Sto rileggendo Agostino che, nella Città di Dio, parla di come i romani avessero cominciato ad attribuire alla scarsa religiosità dei romani e al proselitismo degli "atei" cristiani il declino di Roma. Mi sembra che le parti si siano semplicemente invertite. Ora la religione dominante, per bocca del Pontefice, denuncia i mali del mondo attribuendone parte della responsabilità agli atei che rinunciando a Dio avrebbero aperto le porte ai crimini delle dittature.
Concordo con te riguardo la difficoltà di ammettere le proprie colpe (noi per primi viviamo questi problemi): gli esempi, si pensi solo al mondo politico, non mancano certo.
La Chiesa si gioca qui la sua patente di "ente morale": il punto cruciale è questo. Il rischio è quello di dover scendere dai pulpiti perché ormai inascoltati a causa degli errori e orrori emersi dalle cronache e dalla Storia. Di qui la disperata ricerca di una posizione difensiva che consenta di scaricare sugli altri le principali responsabilità sgravandosi di un peso enorme.

Anonimo ha detto...

Tutto questo discorso riguardo a come un insieme di convinzioni di una persona o un gruppo si possono etichettare mi ricordano la fallacia argomentativa "No true scotsman" http://en.wikipedia.org/wiki/No_true_Scotsman

A: tutti gli scozzesi adorano l'haggis
B: Ma mio zio e scozzese e non adora l'haggis
A: Beh, tutti i *veri* scozzesi adorano l'haggis.

Insomma così come si decide che gli unici a dover essere definiti scozzesi sono "chi è nato in scozia e adora l'haggis" si può decidere che gli unici a dover essere essere definiti cattolici sono "chi è cattolico e che non è colpevole di azioni oggi ritenute universalmente crimini contro l'umanità" (è ovviamente questo fa evitare uscite di fedeli dalla chiesa a causa del fatto che i suoi valori non coincidono più con quelli del mondo secolare). Chissà che fra un secolo un "vero cattolico" non sia definito "chi è cattolico ed è a favore dei contraccettivi"...

Dubito che Ratzinger abbia voluto ridefinire la parola "ateo" come "chi non crede in Dio ed è causa di crimini contro l'umanità" altrimenti vorrebbe dire che Gino Strada, ateo e fondatore di Emergency non è realmente ateo perchè lavora per la difesa dei diritti umani!

Mi verrebbero in mente poi altri esempi (ad esempio le opinioni del sillabo a confronto con quelle del vaticano II sulla libertà religiosa) che mi fanno chiedere se la chiesa sia nel giusto ritenendo magari che una chiusura al mondo secolare riesca a trattenere i fedeli di adesso mentre una maggiore apertura alla modernità finirebbe per far uscire molti più fedeli "conservatori" che far entrare fedeli "progressisti". Mah, non saprei...

Ciao.
Michele

Tanzen ha detto...

Vorrei rispondere a Claudio, da "storico". La tesi secondo la quale il Papa non condannò il nazifascismo per "tutelare" i cattolici da eventuali persecuzioni da parte di nazifascisti non ha alcun senso. Dire "cattolici" nel periodo tra 1939 e 1945 equivaleva a dire "il 90% e più di italiani", "oltre il 90% dei francesi", un buon 25% di tedeschi, l'80% di polacchi, il 90% di austriaci, il 20-30% di Olandesi, il 60% di belgi e percentuali a 2 cifre anche in Ungheria e Repubblica Ceca. Più qualche cattolico in Danimarca e Norvegia. Insomma: una cosa impensabile perseguitare i cattolici. Si parla di decine di milioni di persone che, in buona parte, erano al servizio - nei paesi occupati in maniera coatta - del Reich e del Fascio, delle sue industrie, delle sue forze armate ecc.
Più credibile, in una visione molto cinica e maliziosa, il fatto che il Papato non abbia voluto mettere a repentaglio le vite di qualche chierico (che comunque nei lager ci finì) e, soprattutto, le immense proprietà e ricchezze del clero. Non condanniamo per non farci espropriare i terreni, gli immobili, gli ori e i contanti (l'esproprio ai ricchi - anche se curiali - non produce, solitamente, nel popolo avversione per quanti espropriano. Anzi). Questo è molto probabile che sia avvenuto. Pochi tra noi, probabilmente, non avrebbero fatto lo stesso. Ma probabilmente non ci saremmo poi presentati a dare lezioni di etica al mondo intero...

Anonimo ha detto...

Come scrive giustamente Tanzen la paura (o prudenza, a seconda dei punti di vista) ebbe allora la meglio. L'episcopato cattolico olandese prese posizione e subì ritorsioni da parte delle forze occupanti a livello sia di confische patrimoniali che di violenze fisiche. Così la lettera del principe Eugenio Pacelli rimase chiusa nel cassetto della cancelleria apostolica.
Ma qui il punto sembra essere un altro: dai tempi del Sillabo ci sono stati tanti cambiamenti, ma alcune concezioni all'epoca dominanti continuano ad agire sul lungo periodo nonostante le apparenze. A metà del XIX secolo Gregorio XVI anatemizzava le Carte costituzionali moderne in quanto prive di riferimenti alla divinità e definiva la libertà di coscienza del singolo ed il diritto di autodetrminazione dei popoli come mostri esecrabili. Oggi nessun romano pontefice si sogna di pronunziare discorsi simili ma, con altro linguaggio, si tenta di salvare il salvabile. Se al di fuori del riferimento alla divinità è inconcepibile un'etica e sono invece possibili degnerazioni criminose (come mostrebbero il nazismo e gli altri totalitarismi) allora è preferibile che in ogni ordinamento giuridico sussistesse un minimo di etica fondata sulla divinità. Ma per interpretare il volere dela divinità resta indispensabile la mediazione delle autorità ecclesiastiche. Di conseguenza ciò che un individuo o un parlamento stabiliscono essere giusto, pur se ragionevole e buono, resta pur sempre cagionevole d'errore. E così via...
La logica è di una linearità inappuntabile. Ciò che è opinabile è l'aver inserito questi concetti in un discorso sul nazismo, regime con cui i concodati restarono in vigore sino alla fine. Ecco...è come darsi la zappa sui piedi...
Etienne

Tanzen ha detto...

Questa volta vorrei rispondere ad Etienne. Sbaglia quando afferma che "A metà del XIX secolo Gregorio XVI anatemizzava le Carte costituzionali moderne in quanto prive di riferimenti alla divinità e definiva la libertà di coscienza del singolo ed il diritto di autodetrminazione dei popoli come mostri esecrabili. Oggi nessun romano pontefice si sogna di pronunziare discorsi simili ma, con altro linguaggio, si tenta di salvare il salvabile".
Oggi, purtroppo, questi discorsi sono ancora attuali: basti pensare alle critiche manifeste del Vaticano per la mancata menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea. Quanto alla critica alla libertà di coscienza e al diritto di autodeterminazione è illuminante il giudizio di Mons. Betori, nell'allora 2008 segretario della CEI: "Non siamo (la Chiesa ndr) per il principio di autodeterminazione" (in riferimento al testamento biologico).

Giovanni Bazzana ha detto...

Cari amici,
grazie a tutti per l'interessante discussione.
Rispondo solo brevemente su alcuni punti specifici.

A Claudio, sulla prima domanda sottoscrivo in pieno la risposta che da' Tanzen.
Per quanto riguarda la "accusa" di "relativismo", devo dire che mi causa sempre una certa irritazione. Viene sempre usata a casaccio e giusto per mettere fuori gioco gli avversari, proprio come si faceva in passato con le accuse di eresia. Penso che sarebbe molto piu' produttivo se uno che dispone dell'autorita' morale di cui dispone Ratzinger desse un contributo sostanziale alla soluzione dei problemi culturali e politici del nostro tempo (che indubbiamente ci sono) anziche' limitarsi a questi giochini di potere.

A McG, scusa, mi era sfuggito: siccome si tratta di un post arguto, mi sono permesso di aggiungere un link nel mio.

A Etienne, anche qui sono d'accordo con Tanzen: le posizioni sembrano essersi ammorbidite (per causa di forza maggiore) su alcuni punti, ma questa e' solo un'apparenza. Credo che non solo la struttura gerarchica, ma ahime' anche quella teologica della chiesa cattolica rimanga fondamentalmente autoritaria. Riconosco che per qualcuno e' un bene che sia cosi', ma finche' questa resta la situazione, non prevedo grandi cambiamenti.

McG ha detto...

Mi chiedo, sinceramente senza pregiudizi, se l'idea relativa all'eliminazione delle chiese cristiane (solo cattoliche o anche protestanti?) fosse propedeutica all'instaurazione di una nuova forma di cristianesimo in salsa nazista o intendesse semplicemente eliminare la religione in quanto tale. Qualora poi fosse corretta la prima ipotesi, la presunta religiosità che traspare dai discorsi e dagli scritti del Fuhrer sarebbe frutto di mero calcolo politico oppure di convinzioni reali, per quanto frutto di distorsioni che coinvolgono, comunque, tutta l'ideologia nazista?

PS: grazie per la segnalazione, lei è sempre troppo gentile. :)

Giovanni Bazzana ha detto...

Caro McG,
in effetti, questo e' un problema interessante, perche' tocca la questione, complessa, di cosa classifichiamo come "cristiano" o come "ateo". Credo che Hitler non potesse avere in mente niente che potremmo classificare come "cristiano" nel senso tradizionale del termine, ma qualche culto della razza o della nazione germanica, che non sarebbe strano visto che il nazismo ha avuto un suo "misticismo" come lo ha avuto anche il fascismo italiano.
Questa cosa e' una "religione" o e' una forma di "ateismo"? Per esempio, come giudicheremmo le baracconate padane, come il "matrimonio celtico" o il "culto" del dio Po (se non avessero nessun senso, perche' farle?)?
In questi casi, secondo me, si vede bene l'assoluta inadeguatezza delle categorie che B16 usa; in realta', forse e' piu' adeguato parlare di categorie totalizzanti o totalitarie contro categorie pluraliste o tolleranti.
Ciao.