
La puntata di "Uomini e profeti" dello scorso 14 maggio si occupava di un tema potenzialmente assai interessante ("Onesta': virtu' praticabile?"). Ospite principale della trasmissione era Hans Kung, il celebre e controverso teologo cattolico dell'universita' di Tubinga, che ha di recente pubblicato un nuovo libro dedicato all'etica nell'economia. Kung propone l'adozione di una "etica mondiale", che dovrebbe avere portata universale e sostanzialmente deriva da alcuni dei precetti "sociali" contenuti nei dieci comandamenti con l'aggiunta della cosiddetta "regola d'oro" (non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te). In se', la proposta di Kung, per la sua genericita' e inapplicabilita' nel concreto, parla soprattutto della nostalgia che i teologi (e i filosofi cosi' come gli altri esperti di materie "umanistiche") nutrono per altre epoche pre-secolarizzate in cui veniva riconosciuto loro un ben diverso peso culturale e sociale. Piu' che dare lezioni di moralita' a finanzieri e banchieri, in genere questi tentativi finiscono per offrire loro un "diversivo" a margine delle loro piu' "serie" attivita' o, nei casi peggiori, diventano "coperture" ideologiche dei loro peggiori misfatti (sono pronto ad ammettere che queste medesime osservazioni si potrebbero benissimo applicare a me, ma prego gli eventuali lettori di accettare le riflessioni critiche che seguiranno come il tentativo sincero di mettere a tema in modo corretto una questione che ritengo di estrema importanza).
Un esempio molto significativo e' offerto dal secondo ospite, Giovanni Cereti, un sacerdote teologo cattolico, anche lui autore di un recente volume ("Pagare le tasse: solidarieta' e condivisione"). Cereti sostiene che il pagamento delle tasse costituisce un dovere morale per un cristiano, proprio perche', attraverso di esse, si attuerebbe quella solidarieta' (declinata in modi diversi, dall'assistenza sanitaria all'istruzione dei giovani) che dovrebbe essere elemento cardine dell'etica cristiana. Per quanto questa posizione mi risulti simpatica, tuttavia essa non affronta l'obiezione che viene per lo piu' sollevata oggi da chi si oppone al pagamento delle tasse perche' esse andrebbero sprecate, quando non perfino intascate da personaggi di dubbio profilo (dato che si puo' difficilmente negare quando, per fare solo esempi relativi al paese in cui vivo, si pensa alle enormi spese militari o agli ingenti fondi riversati dallo stato nelle tasche di quei finanzieri che avevano causato per primi la recente crisi economica). Come viene fatto notare a Cereti da Kung (ma credo che la sua soluzione sostanzialmente paternalista non sia molto meglio), il discorso non puo' limitarsi a comandare di pagare le tasse, ma deve arrivare a fondare un'etica di partecipazione e responsabilita' all'interno di uno stato democratico.
La domanda e' se la Bibbia puo' essere di qualche utilita' in questa direzione. Significativamente, Cereti cita due autorita' sulla questione delle tasse, Paolo e Agostino. Per limitarsi ad un'analisi del primo (ma il secondo non sarebbe differente), bisogna osservare che Paolo comanda esplicitamente il pagamento delle tasse nel famigerato capitolo 13 della lettera ai Romani (v. 6) all'interno di un discorso in cui l'autorita' politica (dell'impero romano) viene teorizzata come voluta da Dio e quindi come qualcosa di radicalmente diverso dall'esito di un libero gioco di consenso democratico. Sarebbe difficile aspettarsi qualcosa d'altro da una collezione di testi in cui le tasse sono quasi sempre rappresentate come "dovute" ad un sovrano che autocraticamente e graziosamente distribuisce benefici ai suoi sudditi (e tale immagine viene poi applicata a Dio). Ma allora, puo' questa collezione di testi fondare i valori della cittadinanza di uno stato moderno?






