lunedì 30 agosto 2010

Dale Martin su Tommaso


Siccome questa settimana comincio il corso sul Vangelo di Tommaso, sto raccogliendo materiali che possano essere utili a me e agli studenti che lo vorranno seguire: alcuni giorni fa, grazie ad una utile indicazione di Mark Goodacre, ho trovato questa lezione introduttiva di Dale Martin, professore del dipartimento di Scienze Religiose della Universita' di Yale.
La lezione merita certamente un'occhiata, soprattutto perche' Martin si esprime con molta chiarezza, anche se devo ammettere che il suo senso dell'umorismo (si veda, ad esempio, all'inizio il riferimento ai testicoli quando accenna a Didimo Giuda Tommaso) talvolta mi ha lasciato un po' perplesso. Si tratta, comunque, di una lezione introduttiva che deve aver fatto parte di un corso generale di "Introduzione al Nuoto Testamento" come viene insegnato piu' o meno in tutte le universita' americane: mi ha fatto piacere vedere che anche Martin adotta il manuale di Bart Ehrman che anch'io ho utilizzato con profitto in passato, quando mi sono trovato nella stessa situazione.
Tuttavia, l'approccio di Ehrman ha dei limiti e devo dire che ho ritrovato gli stessi problemi anche nella lezione di Martin: si tratta di questioni di impostazione generale che pero' diventano decisive quando si accosta qualcosa di spinoso come il Vangelo di Tommaso. Martin (come Ehrman) vuole continuare ad utilizzare la categoria di "gnosticismo", ma quando si arriva a parlare di Tommaso i problemi storici vengono subito al pettine dal momento che nel Vangelo non si trova praticamente niente che possa essere definito "gnostico". Quindi, Martin finisce per arrampicarsi sugli specchi col dire che nel Vangelo si trova un po' di dualismo platonizzante (come se il Vangelo di Giovanni fosse diverso) e che gli "gnostici" non erano proprio un gruppo o una chiesa, ma gente che si divertiva a giocare con alcune idee... Insomma, ragionamenti ben poco utili dal punto di vista storico, ma molto efficaci se si vuole piu' o meno mantenere la distinzione fra scritti canonici ortodossi e scritti apocrifi eretici. D'altra parte, e' la stessa cosa che Martin (e anche Ehrman) fa quando continua a usare l'altra etichetta di "proto-ortodossi", proiettando sul primo e secondo secolo una situazione storica e teologica che non esistera' che due o tre secoli piu' tardi. Pare proprio che anche i migliori abbiano difficolta' a liberarsi da certe pastoie terminologiche.

venerdì 27 agosto 2010

Per molti, ma non per tutti


La scorsa domenica sono tornato alla Messa americana e mi sono ritrovato un giovane predicatore che ha affrontato di petto il difficile passo evangelico (Lc 13:22-30), nel quale Gesu' annuncia che entrare nel regno non e' facile e che i meriti acquisiti seguendolo non serviranno a nulla nel momento della decisione. Devo dire che il sacerdote ha calcato non poco la mano su questo punto, nel tentativo i creare una paura in tutto degna di una predica medievale.
Quello che mi ha piu' colpito e' stato pero' l'annuncio che, con il prossimo Avvento, il messale inglese cambiera' per adeguarsi a una nuova edizione recentemente approvata da Roma. In particolare, il mio predicatore ha tenuto a sottolineare che la preghiera pronunciata sul calice al momento della consacrazione non dira' piu' che quello e' il sangue versato "for you and for all", ma "for you and for many" (sinceramente in Italia non mi sono accorto che il buon vecchio "per voi e per tutti" sia cambiato: magari il mutamento e' in programma, ma per il momento il sito della CEI continua a riportare la preghiera tradizionale). Devo ammettere comunque che il mio celebrante ha ragione da vendere: in effetti, il messale latino ha "pro vobis et pro multis" e anche il versetto di Matteo (26:26), da cui sostanzialmente e' tratta questa preghiera eucaristica, ha un bel polloi che non ammette apparentemente molte repliche.
Ovviamente, siccome il predicatore brandiva la preghiera in modo assai minaccioso per me povero peccatore, mi sono chiesto se una formulazione di questo tipo, visto che siamo in terra americana, non ci porti molto vicino al terzo petalo del TULIP calvinista (le dottrine calviniste sono riassunte in questo acronimo floreale, in cui la L sta per "limited atonement", "espiazione limitata" nel senso che la morte di Gesu' ha avuto valore espiatorio solo per quelli che erano da sempre predestinati alla salvezza e non per tutti gli esseri umani). Devo dire che il mio sacerdote remava valorosamente in senso contrario, fino ad affermare, verso la fine del sermone, che bisogna essere forti per entrare nel regno e che la vita non e' mica tutta gioia e divertimento! Se l'ultima affermazione vi sembrera' un'ovvieta', non vi biasimo, ma non vi pare che la prima ci porti pericolasemente a contatto almeno con una forma di semi-pelagianesimo? Sarebbe la nostra forza a garantirci la salvezza? I misteri della lettura sacrificale della morte di Gesu' mi smebrano sempre fuori dalla mia portata.

mercoledì 25 agosto 2010

Il "regno di Dio" in Giovanni


Devo una risposta ad un lettore che la settimana scorsa mi ha posto un'importante domanda su una delle questioni piu' centrali dello studio del Nuovo Testamento. Si tratta della famosa espressione "regno di Dio" che appare spesso in diversi contesti nel vangeli sinottici, al punto che la maggioranza degli storici la considera una delle poche frasi che puo' essere attribuita con una buona dose di sicurezza al Gesu' storico. E' curioso vedere che, proprio su questo punto, esiste una differenza radicale fra i Sinottici e il Vangelo di Giovanni: mentre nei tre "regno di Dio" appare, si potrebbe dire, in tutte le salse, Giovanni usa l'espressione molto di rado (solo tre volte, faceva notare l'attento lettore) e in contesti del tutto particolari.
La risposta della maggioranza degli studiosi puo' apparire quasi banale: per quasi tutti questa e' una conferma del fatto che Giovanni non ha nessuna attendibilita' quando si tratta di ricostruire l'immagine storica di Gesu'. In effetti, per motivi come questo Giovanni e' stato tradizionalmente marginalizzato nella ricerca moderna, in particolare quando si tratta di ricostruire le parole e il messaggio del Nazareno.
Mi pare che su questo punto ci sia poco da aggiungere, ma la questione ha anche un altro aspetto interessante: come mai Giovanni annulla quasi completamente uno degli elementi fondamentali nelle tradizioni riguardanti Gesu'? Penso che la chiave di comprensione sia da cercare nel valore politico che inevitabilmente era associato con il "regno". Gia' Giovanni lo dice chiaramente, a dispetto della sua proverbiale ambiguita'. Quando Gesu' viene interrogato da Pilato, una delle poche cose molto chiare che il Nazareno dice al governatore e' che il suo "regno" non costituisce comunque una minaccia per l'impero (Gv 18:35-36). Personalmente, io sono abbastanza convinto che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto nel secondo secolo inoltrato e queste osservazioni confermano la mia impressione. In questo periodo (e in particolare dopo la rivolta giudaica del 132-135) i cristiani devono evitare le persecuzioni e, nello stesso tempo, trovare un modo di farsi accettare nel mondo greco-romano: non e' un caso che anche gli apologisti, proprio nello stesso periodo storico, non facciano quasi menzione della predicazione di Gesu' sul "regno di Dio".

domenica 1 agosto 2010

Il copione di Gesu'


Mi devo scusare per la lunga assenza dal blog, ma sono in trasferta a Tel Aviv per impegni professionali di mia moglie e fino a oggi, oltre a lottare con il caldo afoso, non ho avuto molte possibilita' di collegarmi in rete. Mi perdoneranno i lettori se mi lascio andare un poco alla vanita' e do notizia di una pubblicazione in cui sono direttamente coinvolto. Si tratta di un articolo recentemente apparso sulla rivista brasiliana "Epoca", a firma di Humberto Maia jr.
Il pezzo e' in effetti la presentazione di un libro recente di L. Michael White, professore di storia delle origini cristiane all'Universita' del Texas, noto per numerosi interventi recenti, anche divulgativi e passati sulla televisione amricana, relativi alle vicende di Gesu' e delle prime comunita' cristiane. Il volume di White ha un titolo molto bello, "Scripting Jesus", che non e' facile rendere bene in italiano: "script" e', in inglese, il "copione" che viene redatto per fungere da linea-guida per una rappresentazione teatrale o un film. Scegliendo questo titolo, White ha voluto indicare che, secondo lui, gli evangelisti hanno operato come autori di "copioni" cinematografici, adattando la biografia di Gesu' alle diverse necessita' dei loro ascoltatori e all'obiettivo di diffondere la fede nella resurrezione del Cristo. E' facile vedere come White non aggiunga grandi novita' a una rappresentazione storica ben delineata, negli ultimi cento anni, dalla storia delle forme e dalla critica redazionale dei Vangeli canonici. La scelta astuta del titolo puo' dare l'impressione che White intenda i Vangeli piu' come "fiction" e "performance" che come biografie storiche, ma in realta' le sue opinioni sono molto piu' moderate e l'autore tiene a sottolineare che i testi evangelici dipendono da tradizioni orali trasmesse dai primissimi discepoli.
Chi scrive e' stato intervistato alcune settimane fa da Humberto Maia e infatti ci sono un paio di mie frasi disposte qua e la' nel corso dell'articolo: non si tratta di nulla di particolarmente esplosivo o innovativo, ma di osservazioni che ribadiscono punti gia' ben noti a chi abbia qualche esperienza di studi scientifici dei materiali biblici (ad esempio, sul carattere piu' apologetico che biografico dei Vangeli o sul fatto che ignoriamo i veri nomi degli autori dei canonici). Ho detto all'inizio che c'entra la vanita' personale, ma in questo caso non si tratta delle affermazioni che mi sono attribuite ne' semplicemente di vedersi indicato come un esperto di una materia a cui ho dedicato tanto tempo ed energie: piuttosto, mi fa una certa sensazione vedermi accostato a John Dominic Crossan. Questo si' e' qualcosa di cui mi posso vantare!