martedì 25 maggio 2010

I servi delle nozze di Cana


Mi scuso con i lettori per il lungo silenzio, ma il periodo delle correzioni e altre "distrazioni" famigliari mi hanno tolto tutto il tempo che usualmente dedico al blog. Comunque, leggere i compiti finali degli studenti e' spesso e volentieri fonte di interessanti riflessioni.
Vi vorrei fare quindi partecipi delle osservazioni che due studenti hanno dedicato alle figure dei servitori nel racconto delle nozze di Cana all'inizio del secondo capitolo di Giovanni. Questi servitori hanno un ruolo fondamentale nel racconto, perche' sono loro che ricevono l'ordine da Gesu' di riempire le giare d'acqua e ancora loro portano il vino al maestro di tavola per l'assaggio che fa da "controprova" dell'avvenuto miracolo.
Il primo studente ha cominciato osservando come questi servitori non ricevano di solito alcuna attenzione da parte degli esegeti e dei commentatori. Senza dubbio questo e' dovuto al fatto che, con ogni probabilita', questi servitori sono schiavi: non e' difficile accorgersi, da molti particolari disseminati qua e la', che Giovanni e' un testo scritto da un punto di vista sociale ben preciso, economicamente di livello medio-alto e certamente di persona libera. Mentre nei Sinottici le figure di schiavi presentate in chiave positiva non sono poche, in Giovanni non abbiamo alcun caso del genere. Lo stesso si vede anche qui: i servitori agiscono, ma apparentemente senza capire nulla di quanto sta succedendo. Secondo la migliore tradizione della letteratura antica, gli schiavi sono presentati come semplici "appendici" del loro padrone, senza una capacita' di comprensione e di volonta' proprie.
Il secondo studente ha preso lo stesso tema, ma l'ha girato in una direzione opposta. Alla fine del racconto, al v.11, si dice che Gesu', attraverso il miracolo, ha manifestato la sua gloria e che i suoi discepoli hanno creduto in lui. Ovviamente, tutti i lettori di questo versetto si immaginano che i "discepoli" siano quelli che sono stati nominati nel capitolo precedente e i cui nomi compaiono anche in altri Vangeli, ma nulla obbliga a questa conclusione (anzi, ad essere pignoli e' anche un po' strana perche' i discepoli avrebbero gia' dovuto credere da prima, da quando sono in effetti diventati "discepoli" di Gesu'). E se fra quelli che credono qui ci fossero proprio i servitori? E' importante osservare che non e' solo il racconto di Giovanni ad avere un pregiudizio, ma lo stesso atteggiamento possiamo averlo anche noi lettori, per cui e' senz'altro difficile leggere questi testi dal punto di vista degli schiavi. Un esercizio di questo genere aiuta a riflettere su quanto sia grande il numero dei pregiudizi interpretativi e quanto sia problematico liberarsene.

5 commenti:

luca r ha detto...

Xavier Leon Dufour dà un'interpretazione simile a quella del tuo studente. Secondo XLD i servitori sono quella parte di Israele che è desiderosa di compiere il volere di Dio pur non conoscendolo.

Anonimo ha detto...

Ora, caro Giovanni, se il problema è comprendere se i servi siano tali o rimandino a qualcosa di differente dall’ordinaria valenza semantica, i tuoi studenti si sono posti un problema di natura simbolica. Il simbolo, nei Vangeli, a ricercarlo, è sempre enucleato: il codice di comunicazione del NT – io che sono un ingegnere elettronico specializzato in ICT – lo definisco auto-esplicante. In Giovanni l'uso 'esoterico' del vocabolo 'servi' è ben chiarito: "Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa che fa il suo padrone; vi ho chiamati amici perché..." (Cfr Gv 15,15). Le Nozze di Cana possiedono una comunicazione simbolica altissima, quando lette col symbolarium ebraico. E l’analisi simbolica dà ragione all’ipotesi di Xavier Leon Dufour su citata: i servitori portano l’acqua e, nel simbolismo ebraico, l’acqua è immagine della Torah, della Legge (V. anche l’episodio della Samaritana). Le giare sono sei e il numero sei è simbolo d’imperfezione, d’incompiutezza da perfezionare (vedi Mt 5,17 a proposito della Legge). Nelle Nozze di Cana, però, c’è soltanto un inizio dei “segni”, non è quello il momento dell’evento effettivo (“Non è ancora giunta la mia ora" -cfr Gv2:4 - e 'l’ultima ora', in Giovanni, è il momento dell’effettiva offerta del vino/sangue sulla croce). Qui mi fermo per non tediare ma, almeno credo, ho dato l’idea del “mosaico” del quale abbiamo in precedenza discusso in termini di probabilità di accoppiamento di simboli dell’enclave storico-culturale di un testo "enigmatico" in esame. Un caro saluto.

Giovanni Bazzana ha detto...

Cari Luca e Lino (immagino sia tu l'anonimo #2),
grazie della segnalazione della lettura di Leon Dufour (se solo i miei studenti leggessero qualcos'altro oltre all'inglese!) e della spiegazione allegorico-simbolica. La trovo convincente soprattutto per la menzione, altrimenti inspiegabile, delle enormi giare (ma lo sapete quanta letteratura recente c'e' sul rapporto tra questo miracolo e Dioniso?) e non credo che sia inconciliabile con una lettura piu' storico-sociale.
Saluti

P.S. L'accostamento con Gv 15:15 puo' essere problematico perche' la' il termine usato e' doulos.

Anonimo ha detto...

Sì, scusami, ero io al post precedente, ho dimenticato di firmare.
Sei ammirabile per propensione dialettica, professore, invidio i tuoi studenti. Me n’ero accorto sin da come rispondesti a una commentatrice (una giovane ricercatrice nel campo della filologia) la quale difatti aveva affermato: “Dopo l’Accademia, il nulla dei dilettanti”. “Senza i dilettanti...” amo sostenere io “...senza il ragionier Montale in poesia, per esempio, l’Accademia avrebbe molto di meno nei suoi programmi di studio”.
Riguardo al tuo Post Scriptum, dal punto di vista dell’analisi testuale classica, hai perfettamente ragione: non c’è ricorrenza, in Gv 15:15 il vocabolo utilizzato è doulos, mentre in Gv 2:9 delle nozze di Cana è diakonos. Dal punto di vista del linguaggio, però, non potrebbe essere diversamente; in Gv 15:15 il contesto è generico e tale deve essere il servitore; in Gv 2,15 invece, il contesto è quello del servizio “a tavola” e diakonos/cameriere è più indicato (anche dal punto di vista del servizio dell’acqua/Torah).
L’analisi simbolica, caro Giovanni, riesce a prescindere da queste sottigliezze linguistiche: l’attenzione va posta sul significato, piuttosto che sul significante il quale – essendo immagine universale – è normalmente più “grezzo” di un lemma. Giacché sono uno degli ultimi poeti italiani cultori di questa materia, cerco di decifrarmi: una rhomfaia di Lc 2:35 è un ente ben differente da una machaira di Lc 22,36. A volerli utilizzare simbolicamente, però, essi diventano analoghi: in entrambi i casi simboleggiano la Parola, il criterio di divisione, il metodo di giudizio.
Ciao. Lino

Giovanni Bazzana ha detto...

Caro Lino,
chiaro. Scusami, non volevo fare il pedante, ma e' bene ricordare questi particolari (come ho fatto anche con gli studenti che avevano il problema di trattare diakonos, che di per se' non indica uno schiavo, in un modo particolare).
Ciao